Un Monarca, per favore

10.03.2008 15:51

Un monarca, per favore

di Rossana Rossanda

su Il Manifesto del 10/03/2008

Quaranta anni fa, dopo il 1968, c'era a ogni assemblea una discussione su chi potesse aprirla, presiederla e chiuderla, nella generale presa di parola che dilagò in Italia e in gran parte d'Europa. Ognuno sentì che poteva e doveva parlare, esporsi, assumersi delle responsabilità, partecipare a una decisione rifiutando di delegarla ad altri, perché ogni mandato rappresentativo portava in sé il verme della gerarchia e della burocratizzazione.
Adesso, quegli ardenti giovani sono almeno cinquantenni e assieme alla loro prole non sembrano desiderare altro che dare una delega al più presto e a un leader che presenti un'immagine attraente, capace di decidere per tutti, perlopiù autocandidato dopo un vasto lavorio, sul quale discutere fra pochi e per un poco, e mandare al voto popolare affidandoglisi per cinque anni senza essere più seccati. In capo a quella scadenza si giudicherà se confermarlo o no, nel mandato. Questo è il sugo della democrazia moderna e, come dice Veltroni, semplificata e non si rompano ulteriormente le scatole.
Nel giro di una generazione s'è dissolta l'acerba critica che, nel nome di un bisogno e diritto assoluto di partecipazione di tutti e di ciascuno, investì la «forma partito» e ogni struttura organizzata.
Verso di essi la sfiducia era duplice: qualsiasi organizzazione cristallizza livelli di comando che depotenziano l'assemblea. E nel medesimo tempo spersonalizzava le responsabilità in nome di una «linea» astratta dettata dal gruppo dirigente, lontana dalla complessità degli individui e delle individue che portavano avanti il cambiamento.
Perché di cambiamento si trattava, come sempre quando ingenti masse, stavolta un'intera generazione, si muovono. E in quale direzione era chiaro: allargare la sfera delle decisioni al limite fino alla partecipazione di tutti. Obiettivo difficile. Ma quella spinta spezzò luogo per luogo l'impermeabilità delle strutture politiche, economiche, civili, dalla fabbrica agli ospedali, che furono invase e pervase.
Negli anni Settanta non fu «ideologia», fu esperienza di massa. Essa fragilizzava non solo i vecchi partiti ma i nuovi, e i gruppi extraparlamentari costituitisi sotto l'ondata del movimento, e lo stesso costituirsi nei movimenti di strutture d'una qualche stabilità. Uno dei maggiori problemi della democrazia, e non solo quella diretta, ma ogni democrazia che si rispetti, fu sperimentato da migliaia di soggetti, uomini e donne, giovani e vecchi, molti dei quali per la prima volta «facevano politica».
In Italia durò quasi dieci anni, incontrando prima resistenze forti ma opache e poi, quando cominciò l'azione dei gruppi armati, la repressione si scatenò su quelli ma anche su di essa, che andò finendo. Oggi l'esito di quella stagione è surreale. Il concetto stesso di democrazia ne è uscito modificato ma in senso opposto a quello che aveva innervato la spinta d'urto iniziale.
Oggi infatti ne siamo agli antipodi: prima niente delega, oggi avanti tutta con la delega, prima niente leader, oggi solo un leader, al massimo due per via dell'alternanza che si confrontino in lunghe sfide di immagine. Quando uno di essi avrà ottenuto dagli elettori anche pochi voti in più assicurandosi un consistente «premio di maggioranza», decida senza perdere tempo in parlamentarismi, comitati e assemblee, centralizzando di fatto i poteri fino alla scadenza fisiologica del mandato, che la società non deve accelerare né disturbare. (A meno che il leader sia scoperto in flagrante delitto di menzogna - possibilmente d'ordine personale, perché quella politica è un inconveniente ammesso).
A uscirne a pezzi in Italia sono stati per primi i partiti del dopoguerra, dove la cristalizzazione burocratica s'era trasformata negli anni del Caf anche in monopolio di sempre meno giustificabili privilegi, quando non corruzioni e imbrogli con la scusa dei «costi della politica», producendo alla fine lo scandalo di Tangentopoli.
Diversa fu soltanto l'origine della crisi del partito più partito di tutti, quello comunista, provocata non dalla corruzione ma dal dubbio sulla sua stessa ragione di essere dopo la caduta del Muro di Berlino. Dubbio che si presentò anche come la prima rottura di metodo: in capo a una notte di pensamenti, l'allora segretario Occhetto si presentò non alla segreteria o alla direzione del Pci ma in una popolare sezione di Bologna, di tradizione partigiana, proponendo a quegli stimati veterani di cambiare nome e bandiera del Pci per tenerlo fuori dal precipitare dell'Urss e ridare fiato a una nuova «Cosa».
Fu uno choc, che quella sezione ingoiò, e da allora gli choc non sono cessati, sempre più diretti fra leader e base, leader ed elettori, leader e gente non più intercettata da un partito - perché il metodo della Bolognina non fu messo in causa da nessuno, tanto dovette sembrare liberatorio dalla cappa delle forme.
Scomposte le quali, la divaricazione fra partito politico come luogo di elaborazione, cultura, interesse d'un gruppo politico-sociale e dirigente carismatico - che fino ad allora s'erano tenuti assieme - si è andata allargando, e dai partiti ha investito le istituzioni elettive modificando l'ossatura formale della rappresentanza. Inutile fare la storia. Sta di fatto che scomposto il partito, il militante si è andato confondendo con il simpatizzante, la base del partito del dirigente scivola nella base elettorale, il leader si candida da sé, cerca ex post un consenso e assume i comportamenti d'una figura carismatica dal quale si attende la parola.
È fin paradossale che nel 2008, mentre le residue monarchie, in Spagna e Gran Bretagna, sono semplici portaparola dei governi, i capi di stato delle repubbliche presidenziali sono sempre meno garanti delle costituzioni e sempre più dirigenti assoluti dell'esecutivo. Addio alle distinzioni di poteri fra un capo dello stato, il potere legislativo e quello esecutivo - esse tendono a essere riassunte tutte nel capo dello stato. Con Mitterrand presidente, si diceva ancora il governo Rocard o Chirac o Jospin, mentre oggi, del governo presieduto da Fillon, è chiamato senz'altro il governo Sarkozy. In Italia il processo è più sornione, perché per ora non siamo ancora una repubblica presidenziale, ma le pressioni per divenirlo sono esplicite.
Insomma dal «niente delega» del 1968 e seguenti si è passati alla quasi generale autoconsegna a un leader, mentre i poteri costituzionali e i contropoteri della repubblica rinunciano a funzionare. Se lo tentano, il presidente li sfida. In Francia, Sarkozy fa appello contro di essi per istituire la «pericolosità sociale» come sufficiente a tenere illimitatamente in galera anche chi ha scontato la sua pena, chiedendo e avendo l'appoggio delle famiglie delle vittime. Berlusconi ha fatto lo stesso contro la magistratura, che non è riuscita mai a condannarlo sul serio. Veltroni, leader del Pd, ha ottenuto un raid distruttivo della polizia contro un'incolpevole comunità romena a mo' di vendetta per ingraziarsi l'opinione.
Ogni leader è ormai tentato dal populismo, arma (impropria) personale. Le leggi sono fredde e impermeabili, anche Veltroni si rivolge agli umori d'un popolo già di sinistra - come fa Berlusconi con quello di destra - che lui solo capirebbe e questo popolo volentieri gli si affida, a misura di quanto il senso comune democratico si sia andato guastando.
È il modello americano senza le sue salvaguardie, anch'esse del resto fortemente attenuate dopo l'11 settembre: il presidente Bush, che da un anno non ha più con sé né il paese né il Congresso, continua a condurre una guerra illegale e mortale all'Iraq, ne agita un'altra all'Iran, e appoggia le più folli avventure di Israele contro Gaza, tirando dritto fino alla scadenza del prossimo novembre. Chissà che un'azione di al Qaeda non lo confermi. Lui o un altro repubblicano, mentre i democratici si dilaniano in infinite primarie.
Questa sarebbe la democrazia «modernizzata» che hanno in testa anche politici molto diversi, come Berlusconi e Sarkozy, Putin e Veltroni. Il cui slogan è non per caso: semplifichiamo. Un parlamento è troppo complicato in una società divisa. Semplifichiamolo. L'ideale è arrivare a due capi assoluti con maggioranze assolute. Due condottieri. Due prìncipi. Prìncipi repubblicani, s'intende. Nel senso che durano cinque anni salvo riconferma.
Un capovolgimento del senso della Costituzione del 1948 e dei sommovimenti che l'avrebbero radicalizzata. Non è un evento giuridico, una vicenda delle culture del diritto. Qualcosa di più forte di esse le ha minate nel profondo perché si vada concludendo a questo modo quella che speranzosamente è stata chiamata «la transizione italiana» dalla prima alla seconda Repubblica. La quale si affaccia ben deforme. C'è da interrogarsi perché sia andata così e quali ne possano essere ancora i ripari. Quel che è certo è che, piaccia o non piaccia, l'estrema sinistra, fra cui Negri, avevano veduto giusto: sugli stati ha prevalso la forza cogente delle proprietà e dei capitali internazionali diventati giganti con la globalizzazione, che non incontra più freni né correttivi nei poteri politici. Ne è stata aiutata e li depotenzia.
Messa in causa la loro base di massa nelle figure del conflitto di classe, di sesso, di dominio sulla sfera etica, i leader europei sembrano apprendisti stregoni che non poggiano più che sui loro stessi esorcismi. Mentre alle masse sembra non restare che la protesta o la rivolta, mancando qualcosa di più, a partire da una preliminare e condivisa ricomposizione degli interessi. Che sia finita un'epoca più di quanto ci siamo finora resi conto è confermato dalla battuta di Gianfranco Fini che, per sbeffeggiare la Repubblica nata nel 1945, ha proposto di chiamare giorno della Liberazione quel 13 aprile che presume giorno di vittoria del Popolo delle Libertà. A mettere un alt occorre un sussulto di coscienza, di cultura. Al quale sta chiamando soltanto la Sinistra Arcobaleno, povera sinistra un po' malconcia, ma la sola a ragionare.

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