ROMA NON CI FA PAURA, MA RABBIA

30.05.2008 14:25

 

 

ROMA NON CI FA PAURA, MA RABBIA

 

Guido Caldiron
"Ernesto" ha il faccione del Che tatuato sull'avambraccio, è nato il Primo maggio festa dei lavoratori, è sempre stato di sinistra. E allora? E' lui l'uomo intorno ai quarant'anni che molti testimoni hanno descritto essere alla testa del gruppo di ragazzi che venerdi scorso ha attaccato alcuni negozi gestiti da immigrati bengalesi nel quartiere del Pigneto a Roma. Solo che "Ernesto" - all'anagrafe Dario Chianelli - ci tiene a dire di non essere razzista e di essersi solo voluto fare giustizia. E allora? La sua storia l'ha raccontata ieri a Repubblica che l'ha subito trasformata in una sorta di editoriale, che suona un po' come l'adagio filofosico "la notte in cui tutte le mucche sono nere...". Come a dire: siamo sicuri che l'allarme antifascista colga il senso di ciò che sta capitando in questo annuncio d'estate nella Capitale d'Italia?
Sfida accettata, venga dalle pagine di un quotidiano progressista che non si è fatto problemi nel cavalcare l'allarme sicurezza, come dalle parole di un uomo cresciuto in un ex quartiere operaio nella cintura periferica di una ex città di sinistra. Per quanto orribile e barbara appaia, la realtà non può farci paura, non fino al punto di non aver più voglia di comprenderla, studiarla, viverla. Partiamo perciò da qui: quanto accaduto nell'ultima settimana a Roma si potrebbe rappresentare nei termini di una serie di centri concentrici, gli uni contenenti gli altri e via via. Le violenze del Pigneto non sono la stessa cosa di quelle della Sapienza, ma questo non significa che l'uno o l'altro di questi atti ci debba preoccupare di meno, ci interroghi di meno sulla qualità complessiva della vita quotidiana nella più grande metropoli del nostro paese.

l problema, piuttosto, è quello di attraversare i cerchi che proiettano la loro ombra sulla città riuscendo a coglierne i confini, laddove esistono, o l'assenza di barriere tra uno e l'altro quando questo emerge dalla realtà. Già quindici anni fa quando i fascisti - allora An non c'era e la fiamma del Msi era ancora in primo piano negli emblemi di partito - e Gianfranco Fini sfidarono Francesco Rutelli per la corsa al Campidoglio, ci si rese conto che qualcosa era cambiato. L'allarme "naziskin" fotografava già allora più una fase di passaggio che il sedimentarsi di una cultura. Nelle periferie della città, nel litorale come ai Castelli, cresceva una sottocultura giovanile aggressiva e xenofoba che solo in parte veniva intercettata dai gruppi della destra radicale, i comitati elettorali del "Pinguino" Gramazio e i "giovanotti" di Movimento Politico che per l'occasione facevano riunioni pubbliche comuni davanti agli insediamenti rom del Laurentino. Ora i primi sono al governo - in città e nel paese - e i secondi reggono la trincea della destra di strada mutuando slogan e parole d'ordine della campagna di conquista berlusconiana.
Il cerchio della politica, però, non è il più stretto, quello che rimanda al cuore dei quartieri, all'anima della strada. Lì le parole d'ordine di partiti e partitini non hanno un grande appeal - o magari durano lo spazio di un mattino intorno alla campagna di questo o quel candidato pronto a elargire soldi per i manifesti e l' "occupazione del territorio". Eppure simboli e linguaggi rimandano spesso a un orizzonte comune, del resto all'Olimpico si grida "guardie rosse" alla polizia che carica più per moda che per convincimento.
In città cresce la rabbia, talvolta vero e proprio odio, che cerca bersagli, che accarezza il sogno di una rivalsa, magari macchiata di sangue. Si vive male, ci si sente peggio. Gli spazi del territorio si contaminano, i consumi li attraversano girando indistintamente in senso orario o anti orario: Walter Siti racconta così il tour cittadino della cocaina nel suo Il contagio (Mondadori), romanzo che descrive più di mille saggi il ritmo autodistruttivo della metropoli. E' lo stesso Siti che del resto decreta: «l'appassionata analisi di Pasolini, vecchia di oltre trent'anni, andrebbe rovesciata: non sono le borgate che si stanno imborghesendo, ma è la borghesia che si sta (se così si può dire) "imborgatando"». Qualche tempo fa un bar di rumeni fu bruciato in pieno giorno a via Monte delle capre al Trullo - una spedizione punitiva di ragazzi del posto, si disse all'epoca - , lì davanti un tempo c'era il Comitato proletario: autoriduzione delle bollette dei servizi, alloggi per i senza casa e costruzione sul territorio di quello che si chiamava "contropotere". Oggi il Pigneto non è un luogo abbandonato: c'è un comitato di quartiere molto attivo, un centro sociale, associazioni vive e presenti nel territorio. Ma né il Trullo di ieri, né il Pigneto di oggi sono isole. Anche perché, anche volendo, quel che non passa per la strada passa per la tv: la socializzazione delle informazioni e dei linguaggi ha sempre almeno un paio di percorsi possibili. Vivendo male e immersi in una cultura aggressiva, pronti a immaginare come "territori propri" un'angolo di strada o la curva di uno stadio, visto che il resto della città è preclusa o semplicemente lontana, si è probabilmente più propensi a dare ascolto agli imprenditori della paura, quelli che cercano di dare un nome o un volto alle nostre ansie. L'integrazione mancata, la xenofobia spicciola stanno alle difficoltà della vita quotidiana come le corse sudate sul trenino che va dalle Ferrovie Laziali a Torbellamonaca o l'inutile attesa di un posto in una coperativa di assistenza domiciliare. Solo che il razzismo è una merce politica, da tempo ha i suoi pusher.
Il successo elettorale delle destre è stato colto anche coltivando e accarezzando questo disagio crescente pronto a diventare rancore verso "il diverso". Alla xenofobia di strada è stato offerto un vocabolario differenzialista, che potesse trasformare le pulsioni violente in voti. Poi, dopo la vittoria, arrivano le violenze vere e proprie e la destra - la stessa che ha favorito il rientro in Italia degli ex Terza Posizione che avrebbero dato vita a Forza Nuova - minimizza e parla di responsabilità dell'estrema sinistra - il neo sindaco Alemanno - e di clima creato dal divieto di svolgere una conferenza legittima, quella di Roberto FIore alla Sapienza - il sottosegretario all'Interno Mantovano. Il cerchio che non si è ancora chiuso per strada, che si è chiuso solo parzialmente nell'urna, sembra saldarsi quando perfino la politica istituzionale rivendica, almeno implicitamente, lo squadrismo. Quando "i naziskin" vengono presentati come "bravi ragazzi" il riferimento all'antifascismo non rischia di far confondere il colore delle mucche, ma serve soltanto per tenere gli occhi bene aperti.


Liberazione 30/05/2008

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