Paragoni poltiici. Oggi in Spagna, domani in Italia

10.03.2008 16:40
su redazione del 10/03/2008

da www.lanternerosse.it

Fate un paragone. Fatelo tra il Partito Socialista di Zapatero e il Partito democratico di Veltroni. Provate a cercare delle somiglianze, dei punti di incontro politici, civili, ideali. Il risultato che ne viene fuori è desolante. L'ex sindaco di Roma scavalca tutto e tutti: oltre Zapatero, oltre Blair, oltre la SPD in Germania. Per chi ha rinunciato a qualsiasi riferimento alla sinistra, anche quella più rosea, riformista e liberaleggiante, è difficile poter trovare un qualche sinonimo nei rispettivi programmi. Lievi tratti di penna che al massimo possono ricondurre ad idee di un passato non troppo remoto: il Partito democratico ha cancellato ogni riferimento al socialismo e Veltroni, in ogni suo comizio, non fa che ripetere che, lui vivo, con i comunisti il PD non deve avere nulla a che spartire. Ma del resto ormai il dado è tratto, le nuove culture di pessimo gusto (tanto per citare il poeta...), che poi sono proprio "piccole cose di pessimo gusto", trionfano sul carrozzone dei democratici.
La Spagna è ai primi posti nel processo di precarizzazione del lavoro; e c'è un grande problema di speculazione edilizia, che crea due ordini di questioni: la deturpazione del paesaggio (a cominciare dalle coste) e una pericolosa bolla speculativa che minaccia la crescita e la finanza pubblica. Su questi terreni resta ancora molto da fare per Zapatero: la linea riformista qui si fa sentire. Ma in quattro anni di governo, il socialista che veniva un tempo soprannominato "Bambi" ha dato alla Spagna un nuovo corso in tema di diritti civili, di politiche di accoglienza dei migranti (dopo qualche tentennamento nel respingere i barconi con la marina militare del Re), di scuola pubblica, di recupero delle ingiustizie e soddisfacimento dei bisogni più elementari, di ricordo del passato con l'abbattimento delle statue del generalissimo Franco. Ha, per farla breve, impresso alla Spagna un modello sociale aperto alle contraddizioni del mondo, cercando di integrarle con la solidarietà per i più deboli, senza alcuna barriera di sorta, senza alcun filo spinato della politica messo tra le coste ispaniche e il resto del mare dove, di là dall'orizzonte, c'è l'Africa affamata, derubata da cento anni e più di colonialismo occidentale.


Zapatero ha detto un "no" all'intromissione clericale nella politica del suo governo: ha resistito alle pressioni della Conferenza episcopale spagnola, ma non ha mai provocato un clima di rottura definitiva con il Vaticano. Non ne ha interesse neppure quest'ultimo: la Spagna resta "cattolicissima", ma guarda ad un futuro dove le coppie di fatto abbiano gli stessi diritti di quelle matrimoniali. E il futuro include necessariamente le coppie omosessuali, che devono, che possono quindi avere piena cittadinanza in uno Stato che, pur monarchico - costituzionale e pur storicamente cattolico e fedele a Roma, decide di dare una regolamentazione legalistica al matrimonio tra gay, lesbiche, transgender e bisessuali. Scandalo al sole? Sì, scandalo al sole di Spagna. Ma lo scandalo vero e proprio è, per le forze della conservazione familistica tradizionale, un paese che non segue i messaggi pontifici di Ratzinger e che continua a credere in Dio senza per questo smettere di credere nella libertà di amare e di amare chi si vuole.
Zapatero non ha pregiudizi, non si ferma neanche davanti ai family-day che sono stati organizzati a Madrid e in molte città del regno di Juan Carlos. La stragrande maggioranza degli spagnoli è con lui.
E lo dimostra rieleggendolo come leader di un governo che, nei prossimi anni, dovrà mettere mano ad un boom economico che è tale per un paese sempre abituato a fare da fanalino di coda dell'Europa e che, oggi, scopre che può crescere e che può vincere una scommessa iniziata con Gonzales: stare tra i grandi del Contintente, essere considerato non più uno Stato membro di serie B, ma al pari di Germania e Francia. Magari tra qualche tempo ancora, ma oggi sicuramente al pari dell'Italia che, invece, si trova in uno stato comatoso per quanto concerne la concorrenza economica e la situazione internazionale dei commerci, delle esportazioni e delle importazioni.
Non ce la passiamo bene, e questo lo sanno tutti, anche i pesci del Mediterraneo... La fotografia dell'immondezzaio partenopeo è solo l'epifenomeno di un tutto che mescola flessibilità per le aziende con politiche che si pretenderebbe fossero di attenuazione del precariato. Damiano fa finta di non capire, e così tutto il Partito democratico: non c'è politica sanatrice della precarietà senza ristabilimento del lavoro a tempo indeterminato.
In Spagna, proprio Zapatero ha imposto per legge che, dopo 36 mesi di lavoro - anche discontinuo - in una medesima azienda, quest'ultima sia obbligata a trasformare a tempo indeterminato il rapporto che ha col suo lavoratore dipendente.
In Italia una proposta di questo tipo, che viene fatta dalle forze politiche della Sinistra l'Arcobaleno, è considerata estremista, demagogica e fuori da ogni ottimistica previsione per lo sviluppo della meravigliosa macchina economica dello Stivale.
Gli esempi sarebbero tantissimi... Vogliamo riprendere il discorso sui Dico o sui Pacs? Erano una mediazione al ribasso rispetto a quanto fatto da Zapatero. La Chiesa cattolica e i partiti del centro (Partito democratico compreso, ovviamente) insorgerebbero a sentir proporre una legge che metta in ordine i diritti degli omosessuali. Scandalo, anatema e condanna. E così le leggi restano nei cassetti delle commissioni di Camera e Senato e si spera sempre che arrivino tempi migliori per poter riaprire quei cassetti e rimettere mano ai testi impolverati dal tempo e mangiati dalle tarme della reazione conservatrice.
Facciamo un augurio agli spagnoli: che Zapatero possa continuare come ha fatto sino ad ora. Che dia alla Spagna una unità tra il lavoro sui diritti fatto sino ad oggi e quello necessario da fare sul mercato del lavoro, per insegnare all'Europa, all'Italia e al mondo che la precarietà è legata ad un modello sociale ed economico che fa annegare il futuro di milioni di persone nella disperazione, nell'incertezza e che avvantaggia solo le speculazioni finanziarie e i grandi settori di mercato.
E ci facciamo anche noi un augurio: che gli italiani si rendano conto che il Partito democratico è la propaggine moderata di Confindustria, la parte meno aggressiva delle esigenze padronali trasferite in politica e che la sinistra non abita più nelle stanze di Veltroni, Franceschini, Rutelli e Marini. Che la Sinistra l'Arcobaleno è l'unica opzione per fare anzitutto una cosa: ridare speranza, fiato ed energia ad una nuova sinistra di classe, "di parte" come viene definita nella campagna elettorale che stiamo vivendo. Ricostruire la sinistra è il compito storico e politico dei comunisti oggi. Ed insieme va ricostruito un rapporto stretto tra le istanze di liberazione sociale e la società medesima. Va rotto l'incantesimo malefico del pensiero unico, del mercato come società "naturale" che il Partito democratico propaganda ad ogni angolo di strada dai suoi manifesti, dai visi eterei di Veltroni, dagli slogan generalisti e per nulla impegnativi.
Magari il Partito Democratico della Sinistra fosse stato un Partito Socialista spagnolo alla Zapatero... Cominciò male nel 1991. Ed oggi siamo alla resa dei conti: con Berlusconi, ma soprattutto con chi pretende di essere dalla parte dei lavoratori e degli imprenditori al tempo stesso. Con chi si dichiara democratico e candida in lista i generali della guerra e i padroni razzisti del Nord Est.
Oggi in Spagna, domani in Italia... sembra di sentir dire, da lontano, da qualcuno che un tempo fece la Resistenza e non si arrese a quello che accadeva nel suo paese natale. Quel grido vale ancora oggi e, di tutto cuore, lo facciamo nostro.

 

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