Ferrero: Partito unico? Meglio una casa plurale

01.04.2008 17:25

Ferrero: Partito unico? Meglio una casa plurale

Intervista al ministro della solidarietà socialeferrero_198_158_bb_5.jpg

di Romina Velchi

Tutti promettono: «Aumenteremo salari e pensioni». Promessa da marinaio? Il sospetto è lecito, visto che tutti (tranne la Sinistra arcobaleno) dicono che lo faranno dopo il 15 aprile, a urne chiuse, nonostante il fatto che i soldi siano disponibili già ora. Nella peggior tradizione italica, si preferisce utilizzare un problema in modo propagandistico anziché risolverlo? Oppure c'è qualcos'altro sotto? Il consiglio dei ministri ieri ha affrontato il tema, ma solo perché alcuni ministri della Sinistra arcobaleno hanno tirato fuori l'argomento. E non sono mancati momenti di tensione. «E' vero, abbiamo litigato - spiega infatti Paolo Ferrero, ministro della solidarietà, che raggiungiamo al telefono mentre sta andando in Umbria per un'iniziativa elettorale - Pecoraro Scanio ha posto il problema del contenimento delle tariffe, io quello della redistribuzione del tesoretto. Che, alla luce delle dichiarazioni di Visco, è ormai un dato di fatto. Quindi ritengo giusto redistribuire questi soldi ai lavoratori visto che, tra l'altro, lo ha deciso la legge Finanziaria».

Ebbene?
La risposta è stata un atteggiamento interlocutorio da parte di Prodi e una chiusura totale da parte di Padoa Schioppa.

Motivata come?
Che non si è mai fatta una manovra di aggiustamento a marzo e che gli impegni li abbiamo anche con l'Europa e non solo con i lavoratori. La mediazione è stata di avanzare una proposta alla destra, purché si faccia subito e siano loro a dire che non sono d'accordo a dare i soldi alla gente.

Gli altri ministri su che posizioni erano?
Alcuni, anche del Pd, hanno detto di essere d'accordo con me, consapevoli che se tutti i soldi recuperati dall'evasione fiscale vanno ad Almunia, è chiaro che il malcontento dei cittadini cresce. Per quanto mi riguarda io sono per andare avanti. Basta un decreto che modifichi la legge del bilancio dello stato perché prende atto che ci sono state delle entrate maggiori del previsto e che a norma del comma 4, articolo 1 della Finanziaria destini queste risorse a bonus fiscali o quant'altro. Il governo lo può fare quando vuole, anche dopo le elezioni, finché è in carica. Sarebbe inusuale? Forse sì, ma è inusuale anche che la gente non arrivi a fine mese, mentre ci sono soldi che avanzano. Perciò bisognerà continuare a fare pressione politica; far apparire chiaro agli italiani che tutti promettono tutto, ma nonostante ci sia la possibilità concreta di dare dei soldi non lo fanno. E sai perché?

Perché?
Perché darli adesso, così come scritto nella finanziaria, significa darli a tutti, partendo dai redditi più bassi, senza "nulla in cambio", come forma di risarcimento. Invece, sia da una parte che dall'altra (è scritto nei rispettivi programmi) c'è l'idea di usare quelle risorse per fare la riforma della contrattazione. Cioè, mettere i soldi sulla contrattazione di secondo livello, o sulla detassazione degli straordinari. In altre parole vogliono usare quei soldi per ridurre il potere dei lavoratori e per spingerli ad accettare accordi che smontano il contratto nazionale.

Io ti do i soldi, tu mi dai un po' di diritti...
Esatto, questo è.

Il comunicato in cui Confindustria, commentando i dati sull'inflazione, invita a non fare allarmismi paventando «aumenti generalizzati dei salari», va in questa direzione...
E' una dichiarazione che fa il paio con quella di Veltroni, secondo il quale i problemi della gente si risolvono attraverso la crescita economica, quando, invece, il problema è la redistribuzione del reddito. A parte il fatto che, a occhio, la crescita economica non ci sarà, è un fatto che essa, da sola, non risolve per nulla il problema degli stipendi. Tanto è vero che in questi anni una crescita c'è stata, mentre i salari sono diminuiti. Il punto è se si affronta il problema dei bassi salari con una politica di redistribuzione da chi ha di più (dai ricchi, dai profitti, dalle rendite) verso il lavoro e le pensioni; oppure se lo si affronta dicendo: chi ha avuto ha avuto, adesso cresciamo di più per dare qualcosina di più. La prima politica è di sinistra; la seconda è di destra.

Questi temi come si incrociano con la campagna elettorale che stai facendo nel Nord-Est?
Sono le cose principali di cui si discute. Perché anche il Nord-Est ha moltissimi lavoratori dipendenti che stanno ai livelli più bassi e sono vittime di uno sfruttamento clamoroso.

In genere, invece, pensiamo al Nord-Est come a una terra ricca, fatta di piccoli e grandi imprenditori...
Non è tutto vero. E' sì una terra ricca, ma ho visitato fabbriche in cui gli stipendi sono 1.050-1.100 euro. C'è un'imprenditorialità diffusa, è vero, ma anche lì bisogna distinguere tra il grande imprenditore e la catena della sub-fornitura: sono piccoli imprenditori, artigiani, strozzati dalle grandi imprese, con fatture pagate anche dopo otto mesi. Appare come imprenditoria, ma in realtà è lavoro: non subordinato, ma economicamente dipendente. Anche quelle sono differenze di classe. Insomma, il difetto è nel manico, nelle grandi imprese che scaricano costi e difficoltà su chi sta sotto. In questo senso, la ricostruzione dei diritti dei lavoratori è una condizione per permettere anche la qualificazione di quell'apparato produttivo.

Il che fa sentire ancora di più l'assenza di una politica industriale pubblica...
Assolutamente. Infatti noi proponiamo misure che si possono fare subito. Per esempio, interventi sulle cooperative, come garantire ai soci lavoratori gli stessi diritti degli altri (ricordo che le cooperative di facchinaggio e di logistica sono tra i peggiori posti di sfruttamento nel Nord-Est). Così come si può mettere un tetto più basso come limite di tempo per il pagamento delle fatture. Poi, ovviamente, ci sono le politiche industriali che richiedono lavoro e tempi lunghi: l'obiettivo è quello di superare il nanismo delle imprese, per renderle in grado di stare sul mercato, e di costruire relazioni tra quel sistema di imprese rafforzato e università e ricerca. Di tutto questo, però, non c'è traccia nei programmi di Pdl e Pd, perché per loro le politiche industriali sono soltanto le liberalizzazioni.

In conclusione, parliamo di noi, della Sinistra... (la linea telefonica cade appena pronunciata la parola...). Dev'essere un tema "scottante" anche per il telefono... (Ferrero ridacchia)
Mettiamola così. Intanto, in questo viaggio elettorale vedo, da un lato, che cresce la soddisfazione di essere riusciti a mettere insieme la sinistra e c'è una forte domanda di proseguire dopo il 13 e 14, di dare una prospettiva politica. Parallelamente, c'è, però, la domanda di poter stare in questa sinistra ognuno con la propria identità, i propri percorsi. In questo senso, il nostro problema è se riusciamo a farlo diventare un soggetto politico effettivamente plurale, una vera casa della sinistra, in cui ognuno ci sta comodamente, per quello che è e non perché costretto. Perciò, considero le ipotesi sul partito unico sbagliate: non tengono conto della dialettica che ci caratterizza e che costituisce l'elemento innovativo e positivo di questo progetto.

Stai dicendo che sarebbe addirittura controproducente, perché andrebbe ad annullare una ricchezza?
Sì, io penso di sì.


2 Aprile 2008

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