Fao, un vertice che sa di antico:si torna al mercato

04.06.2008 14:19

Fao, un vertice che sa di antico:si torna al mercato  
I "Grandi" discutono di fame. Addio al protezionismo, sarà solo business

 

Sabina Morandi

Pioggia autunnale, viali deserti, camionette. Si presentava così, ieri mattina, la Conferenza di alto livello sulla sicurezza alimentare. Dimenticate il clima di dialogo a cui ci aveva abituati la Fao: sembrava di stare al G8, con i giornalisti chiusi nel media center e le conferenze stampa con il contagocce per evitare domande imbarazzanti ai leader che si sono succeduti fra gli stacchetti del nostro spiritoso capo del governo. La messa cantata non va disturbata nemmeno con le statistiche prodotte dai ricercatori dell'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di alimentazione: oltre alle trascrizioni dei discorsi dei politici, in sala stampa si trova ben poco. Comprensibile: sarebbe imbarazzante continuare a proporre l'aumento della produttività come cura per la crisi quando tutte le statistiche dimostrano che si produce abbastanza per sfamare tutti, e anche di più.

Insomma, per avere qualche numero bisogna affidarsi alle organizzazioni della società civile: secondo Oxfam, se si continua con i biocombustibili, nel 2025 ci saranno altri 600 milioni di affamati in più rispetto a oggi. Secondo Action Aid, appena 5 compagnie (Cargill, Archer Daniels Midland, ConAgra, Bunge e Dreyfuss) controllano oltre l'80% del mercato dei cereali. Secondo Medici senza frontiere, a pagare sono soprattutto i bambini: 180 milioni di affamati e 20 milioni di malnutriti. Anche Antonio Onorati di Crocevia punta il dito sulle multinazionali: «I prezzi agricoli li decide la grande distribuzione, catene come Auchan o Wal Mart che trattano direttamente con i produttori e ottengono il massimo vantaggio dal prezzo finale». Ma quel che dicono le organizzazioni dell'Ipc - il comitato internazionale sulla sovranità alimentare che ha organizzato Terra Preta - conta ben poco: alla Fao si suona il solito spartito a base di produttività, apertura dei mercati e aiuti per lo sviluppo delle zone più depresse. In particolare l'Africa, per la quale si propone una nuova rivoluzione verde a base di ogm e additivi chimici, il solito "aiuto" per le multinazionali di cui sopra.

«Questa non è una crisi, ma una grande opportunità» sottolinea la rappresentante della Cargill che, ultimamente, ha visto andare i profitti alle stelle. L'agrobusiness ringrazia il direttore generale della Fao Jacques Djouf che ha deciso di presenziare all'incontro con il settore privato mentre i rappresentanti delle organizzazioni della società civile parlavano, fra loro, due stanze più in là. Inutile dire che i posti per i giornalisti erano già esauriti prima ancora di cominciare (all'incontro con le aziende, non a quello con le ong) e che quindi, anche in questo caso, non era possibile fare domande. I metodi con cui è stata rapidamente sciolta una piccola protesta dimostrativa in sala stampa hanno tolto ogni dubbio sul nuovo clima.

Ma torniamo ai big della politica, tutti di alto livello ad eccezione degli Stati Uniti, che hanno spedito solo il ministro dell'Agricoltura. Il più deludente di tutti è stato Lula, sotto attacco per la questione dei biocombustibili in nome dei quali si sta consumando l'ultimo assalto all'Amazzonia. Il Brasile ha puntato molto sull'etanolo e il suo presidente continua a difenderlo a spada tratta dichiarando, con qualche ragione, che non sono le coltivazioni energetiche la causa dell'attuale aumento dei prezzi. Anche per il presidente operaio la crisi «è un'opportunità per lo sviluppo della produttività in Africa» e anche per lui, «se ci fosse stato davvero il libero mercato, la crisi non ci sarebbe stata». Lula se la prende con i sussidi generosamente elargiti ai biocombustibili da Stati Uniti e Unione europea e sottolinea l'impegno del proprio governo nella lotta al cambiamento climatico da combattere a colpi di «energie rinnovabili ma anche di ideologie rinnovabili» purché non si tocchi l'attuale modello.

Per sentire una voce fuori dal coro bisogna aspettare il discorso della presidente dell'Argentina Cristina Fernandez de Kirchner che attacca frontalmente il mito della produzione: «per noi, che da più di un secolo siamo il granaio del mondo, la situazione è chiara: il problema è la distribuzione». La presidenta non esita ad elencare le cause della crisi: il protezionismo dei paesi ricchi ma anche «le condizioni imposte dal Fondo Monetario ai singoli paesi» come per esempio Haiti, a cui è stato caldamente consigliato di abbandonare la produzione di riso e dove «ora ci si ammazza per un pezzo di pane». A questo vanno aggiunti gli «oligopoli dell'agrobusiness» che hanno preso in ostaggio semi, brevetti e nuove tecnologie ma, soprattutto, «l'irruzione dei capitali finanziari in fuga dai subprime nel mercato delle materie prime» che sta gonfiando il prezzo delle derrate alimentari e del petrolio. Una semplice battuta per liquidare il refrain che va tanto di moda sulla stampa nazionale, che individua nel cambiamento delle abitudini alimentari nei paesi emergenti la causa della crisi. Dopo anni di esaltazione del potere salvifico dell'attuale modello, ha concluso la Kirchner, «sarebbe paradossale che lo sviluppo di Cina e India conduca a una crisi di queste dimensioni».

Di mercati finanziari non parla invece Nicolas Sarkozy, che preferisce concentrarsi invece sui «biocarburanti di nuova generazione che rendono 5 volte di più» e quindi consentono di aggirare la competizione fra produzioni energetiche e alimentari. Peccato che, secondo una ricerca di Science , questo tipo di biocarburanti sia di là da venire anche nelle provette dell'industria biotech. Sarkozy rilancia comunque lo sviluppo agricolo locale e propone «l'istituzione di un partenariato internazionale sulla sicurezza alimentare per dire basta alle politiche contraddittorie e definire una linea comune che tutti, gli Stati, le agenzie e le ong, dovranno seguire». A parte la pretesa di dettare una linea unitaria a soggetti con interessi così diversi, assomiglia molto all'istituzione proposta dal presidente dell'Iran.

Di «unità di crisi delle Nazioni Unite parla anche Zapatero che, pur rilanciando gli accordi Wto, si sofferma sul problema della speculazione. «L'attuale aumento dei prezzi alimentari è incomprensibile se non si prende in considerazione la crisi finanziaria» che è stata causata, secondo il presidente spagnolo, dal fatto che «alla globalizzazione dei movimenti di capitali non corrisponde una globalizzazione della governance». Zapatero promette che dal vertice uscirà un piano strategico e «una carta della sovranità alimentare» per stabilire che il cibo è un diritto fondamentale dell'umanità. Gli crediamo sulla parola e speriamo ardentemente anche noi che «la crisi risvegli le coscienze», ma vista l'aria che tira, sembra un tantino improbabile. Parole come sovranità alimentare, sostenibilità, biodiversità e coinvolgimento della società civile e sembrano sparite dal lessico della Fao.

Abilissimo come sempre, Mahmoud Ahmadinejad ha attaccato frontalmente l'attuale modello perché «un sistema di sviluppo e un meccanismo di mercato privi di un controllo autorevole ed efficace per regolare le relazioni internazionali, sono il modo migliore per perdere sia la credibilità che la sostenibilità». Anche il presidente iraniano se la prende con la speculazione finanziaria che però, nella sua ottica, sarebbe causata ad arte attraverso la svalutazione del dollaro. Del resto per Ahmadinejad anche i massicci investimenti sui biocombustibili fanno parte di una strategia volta a penalizzare i paesi produttori di petrolio, già devastati dalla picchiata del biglietto verde. Per risolvere la crisi Ahamadinejad propone prima di tutto «l'istituzione di un organismo indipendente per regolare il mercato alimentare», in secondo luogo «che una parte consistente di ciò che i paesi destinano alle spese militari venga investito per migliorare la produzione alimentare» perché «si può garantire la sicurezza senza l'espansione di armi letali ma non si può vivere senza cibo». Il presidente chiede anche l'adesione di tutti ai trattati internazionali che si occupano di cambiamento climatico e di biodiversità - non sottoscritti dagli Usa - e richiama i paesi ricchi al loro senso di responsabilità. Inutile dire che, come al solito, la traduzione era di parte. Altrimenti perché trasformare il suo appello conclusivo per l'avvento «di leader più integri e votati ai valori» con «leader monoteisti»?


Liberazione 04/06/2008

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