Circolo Karl Marx Jesi

Sacconi torna all'antico rispuntano il job on call e il precariato a vita

Le misure saranno contenute nel piano triennale di Tremonti

 

Il piano Sacconi sul mercato del lavoro è praticamente la pietra tombale su quel (poco) di buono che il precedente governo Prodi era riuscito a fare. Quello che si chiamerà un mercato del lavoro "light" nelle idee di Sacconi prevederà 11 azioni guida, dall'apprendistato al job on call che rispunta dal passato. Sarà possibile una regolazione affidata agli accordi tra parti sociali e ai loro enti bilaterali nel caso di un apprendistato esclusivamente aziendale, mentre quello di alta formazione sarà utilizzabile anche per i dottorati di ricerca. Note dolenti per i precari, che con le nuove norme potranno rimanere tali anche dopo i tre anni, fissati come limite dal suo predecessore Damiano. Sarà infatti affidata alla contrattazione collettiva la possibilità di superare il vincolo di 36 mesi per la stabilizzazione dei contratti. Sulla scia della nuova Europa saranno introdotte novità anche sull'orario di lavoro, con la semplificazione delle norme e un'interpretazione più certa, incoraggiando la contrattazione aziendale in materia. Verrà istituito un libro unico del lavoro che prenderà il posto dei libri matricola e dei libri paga. Per quanto riguarda le dimissioni, viene abrogato l'obbligo delle dimissioni volontarie su modulo del Ministero del Lavoro, facendo saltare così la prassi della lettera di dimissioni in bianco. Spariscono anche gli indici di congruità fra i beni prodotti, i servizi offerti e la quantità di ore lavoro necessarie. Saranno semplificate pure la dichiarazione di assunzione - per cui sarà introdotto l'invio telematico del prospetto, l'invio del prospetto solo se i dati modificano la situazione aziendale, l'eliminazione dell'obbligo di certificazione - e quella di assicurazione. Ancora: abrogato il registro orario di lavoro per i lavoratori mobili dell'autotrasporto;salta il limite alla piena cumulabilità dei redditi da lavoro e da pensione e saranno istituiti i buoni prepagati per i lavoratori occasionali o a prestazione (come giardinaggio, baby sitting, lavori stagionali degli under 25, vendemmia famiglie, imprese familiari, imprese agricole o del turismo) che il lavoratore potrà versare anche ai fini contributivi. Altre note dolenti: torna il job on call, « al fine di regolarizzare gli spezzoni lavorativi nei servizi come la ristorazione. Sacconi prova a dare un colpo anche al lavoro nero e all'abuso di straordinario, modificando le norme relative alle sanzioni volte a contrastare il lavoro sommerso in modo da renderle «più certe» e «congrue». In sostanza, per fare un esempio, aumentano i distinguo dal punto di vista della gravità della sanzione fra chi occulta integralmente i rapporti lavoro e chi, invece, non li occulta ma utilizza uno schema sbagliato come accade nel caso in cui il rapporto di lavoro viene regolato da un contratto di co.co.co al posto di un contratto di lavoro dipendente. Per quanto riguarda, poi, l'abuso legato all'orario di lavoro viene prevista una maggiore specificità, gradualità e proporzionalità nelle sanzioni che riguardano orari di lavoro straordinario, notturno o altro.

Liberazione 20/06/2008


«Lavoratori sotto attacco» Oggi la giornata di lotta indetta da Cobas, Cub e SdL

Manifestazioni in venti città, a Roma sotto Montecitorio

Salari in picchiata, contratto nazionale di lavoro e servizi pubblici sotto attacco. Nel frattempo razzismo e xenofobia avanzano, mentre nei cantieri e nelle fabbriche si continua a morire per il mancato rispetto delle norme sulla sicurezza. Tutto questo avviene sotto lo sguardo colpevole di Cgil Cisl Uil. Per il sindacalismo di base, invece, «è ora di dire basta all'arroganza padronale e governativa». La via maestra per contrastare questa deriva - di cui anche il centrosinistra è responsabile - è la lotta sui luoghi di lavoro e nelle piazze.
Per questo Cobas, Cub e SdL, in vista dello sciopero generale che convocheranno in autunno, hanno indetto per oggi una giornata di mobilitazione nazionale, con manifestazioni e presidi in venti città: a Roma (sotto Montecitorio, ore 12), Milano, Torino, Genova, Brescia, Venezia, Vicenza, Bologna, Reggio Emilia, Firenze, Pisa, Perugia, Chieti, Cagliari, Napoli, Potenza, Bari, Catanzaro, Palermo, Catania.
L'appuntamento di oggi è parte del percorso unitario che le tre principali organizzazioni del sindacalismo di base «antagonista e conflittuale» hanno deciso con l'assemblea del 17 maggio scorso al Teatro Smeraldo a Milano, alla quale hanno partecipato circa 2mila delegati. «Negli ultimi quindici anni - ricorda una nota unitaria - il padronato italiano è riuscito, per i propri profitti, a sottrarre ai lavoratori/trici, ai salari e alle pensioni, ben 10 punti percentuali del reddito nazionale, ottenendo in più da governi di centrodestra e centrosinistra la più ampia precarizzazione del lavoro». Ciononostante, la Confindustria, «spalleggiata da governo e opposizione parlamentare, ostenta la massima aggressività e, mai sazia, vuole abbassare ulteriormente salari e pensioni, precarizzare totalmente il lavoro e non spendere neanche un euro per la sicurezza dei lavoratori/trici».
La piattaforma rivendicativa è piuttosto articolata. Cobas, Cub e Sdl chiedono «forti aumenti per salari e pensioni; sicurezza nei luoghi di lavoro e sanzioni penali per chi provoca infortuni gravi; difesa di veri contratti nazionali, della pensione pubblica e del Tfr; abolizione delle leggi Treu e 30; ripristino della scala mobile; garanzia del reddito contro la precarietà lavorativa e sociale e contro la detassazione degli straordinari; uguali diritti per stanziali e migranti contro il razzismo e la xenofobia». Si va in piazza anche «per dire basta al monopolio della casta Cgil Cisl Uil sui diritti sindacali», rivendicare «pari diritti per tutti i sindacati» e «per restituire ai salariati il potere decisionale».
La mobilitazione nazionale unitaria si svolgerà in contemporanea con quella del pubblico impiego indetta dalla RdB Cub. Nel mirino del sindacato, il piano Brunetta e le misure contenute nella manovra approvata dal Consiglio dei Ministri «che appaiono - denuncia la RdB Cub - mirati alla distruzione della pubblica amministrazione e dello stato sociale». Altro motivo di conflitto è l'attacco alla contrattazione, «dal momento che il governo intende legiferare su materie da sempre oggetto di trattativa tra le parti».

20/06/2008

La "carta sociale" di Tremonti elemosina umiliante di Stato

Un provvedimento-annuncio del ministro Robin Hood che odia redistribuire

 

Claudio Jampaglia
Gli unici contenti sono quelli della Coldiretti, «pronti a collaborare con la nostra rete di migliaia di aziende agricole che vendono direttamente ai cittadini e con i mercati degli agricoltori che stiamo aprendo in molte città». Ma quando il tutto finirà nelle mani della grande distribuzione, si ricrederanno. Si chiama "carta sociale" e sarebbe, nelle parole dell'immaginifico ministro Tremonti, una tessera prepagata per i pensionati al minimo da ritirare alla posta e da usare per l'acquisto di generi alimentari scontati. Una sorta di carta di debito che il governo elargirebbe contro il carovita con i soldi prelevati dai petrolieri. E così Robin Hood Tremonti compie la sua impresa - almeno a parole - toglie ai ricchi petrolieri per dare cibo ai poveri pensionati. Un bel quadretto. Da Medioevo anglicano.
Ma proviamo a vedere i numeri. Secondo indiscrezioni dal Tesoro la "carta sociale" dovrebbe andare a circa 1,2 milioni di italiani, varrà 400 euro l'anno e sarà coadiuvata da sconti garantiti dal settore privato (-10%) sugli acquisti effettuati con la carta e del 20% sulla bolletta elettrica (50-100 euro l'anno di risparmio). L'aggravio per la finanza pubblica sarebbe di 500 milioni. Su queste basi stanno lavorando i tecnici di Tremonti. ma qualcosa non quadra a un primo colpo d'occhio. Secondo l'Istat, infatti, al 31 dicembre 2005 i pensionati italiani erano 16.560.879, così suddivisi: oltre la metà percepisce un assegno inferiore ai 1.000 euro al mese (il 54,8%), quasi un quarto ha un trattamento inferiore ai 500 euro al mese (il 23,8% ), mentre solo il 9,9% del totale può contare su più di 2.000 euro. Ora, chi è un povero pensionato? Si spera sia almeno quello sotto i 500 euro di reddito al mese. Quindi, ai dati del 1995, sicuramente inferiori a quelli odierni, i pensionati "poveri" sono 3.941.489. E se il fondo della tassa sui petrolieri sarà circa di un miliardo la loro "carta sociale" di conseguenza ammonterà a 253 euro. Un'elemosia di Stato.
Il calcolo è spannometrico - per forza l'abbiamo fatto noi - ma non è meno affidabile delle indiscrezioni ministeriali volte ad annunciare politiche di redistribuzione per lo emno umiliante, ammesso che ci siano. Il tutto si gioca sulla definizione di pensione minima su cui Berlusconi ha già giocato più volte le sue vane promesse elettorali. Tecnicamente "la minima" è un'integrazione via Inps al pensionato che non raggiunge il "minimo vitale" (da 11mila euro anno di reddito per un single, ai 23mila euro per due coniugi). Il tutto vale al primo gennaio 2008 la bellezza di 443,12 euro mensili. Quanto dell'integrazione di Stato si è già mangiato l'aumento dei prodotti alimentari (+5,8% da gennaio, con pasta e pane oltre il 10%) con l'inflazione generale che macina record su record (+3.6% a maggio)? Quasi tutto. Ed è comprensibile che proprio un rappresentante dei pensionati, il segretario dello Spi-Cgil di Bologna, Bruno Pizzica, paragoni l'iniziativa del governo alla «tessera annonaria» di fascista memoria: «Un provvedimento da alta scuola di demagogia buono per guadagnare vistosi titoli di giornali, ma che esporrà alla mortificazione i pensionati che ne fruiranno e che saranno immediatamente individuati come "poveri"». Non deve avere torto il sindacalista se pure Tremonti si era premurato di precisare che la carta sarebbe stata anche «un modo per mantenere l'anonimato perché non è giusto umilare nessuno». La cultura definitivamente imposta dal berlusconismo, d'altronde, è questa: poveri colpevoli, ricchi meritevoli. Quindi che si nascondano.
Il minimo che poteva fare il governo era avere la decenza di portare a 800 euro la minima, come chiedeva il Codacons (e Bertinotti) o di sgravare gli anziani da costi di servizi sociali e tasse. Ma non lo farà. Se ne accorge anche Tiziano Treu (Pd) che lamenta «l'assenza assoluta di un intervento redistributivo per i salari e le pensioni» da parte del governo «per combattere le diseguaglianze e per sostenere i consumi». Quando era al governo però faceva il contrario.


20/06/2008

 

 

Un disastro tutto tagli. Tornano pure i ticket

di Antonio Sciotto

su Il Manifesto del 19/06/2008

La manovra è stata presentata ieri a sindacati ed enti locali, poi è stata varata dal consiglio dei ministri. Tremonti punta all'approvazione delle Camere entro l'estate. Sacconi annuncia il piano per «liberare il lavoro»: iper-flessibilità degli orari e reintroduzione di quei contratti precari che erano stati cancellati da Prodi Tornano pure i ticket Il governo vara la finanziaria triennale. Critici Comuni, Regioni e Cgil: a rischio i servizi. Gli statali senza fondi

Adesso reintroducono pure il ticket: il disastro-finanziaria è stato varato dal governo Berlusconi, che continua a vantare le «Robin Hood Tax» o i mutui allungati, ma come lo sceriffo di Nottingham sta piuttosto fregando le fasce deboli e il ceto medio («fottendo», direbbe meglio il ministro del Welfare Sacconi, che l'altroieri ha usato questa espressione riferendosi al Patto del '93). E' una corsa al taglio dei servizi pubblici, e, insieme, un aumento delle tasse più odiose, come i ticket, mentre le tasse vere - quelle «bellissime» - in realtà torneranno a essere condonate o bypassate dai più furbi, grazie alla neutralizzazione di tutte le misure varate da Vincenzo Visco. Realizzato anche un vecchio «sogno» dell'ex ministro Lanzillotta: verranno privatizzati i servizi pubblici locali, con una quota per i privati «non inferiore al 30%». E se la gara non sarà fatta, con assegnazione esclusiva al pubblico, l'evenienza dovrà essere addirittura giustificata (vedi box a lato).
D'ora in poi solo precari
Pessime notizie anche sul fronte lavoro, con la conferma del «programma Sacconi» (dal titolo «Liberare il lavoro»), iper-precarizzante, una super-fetazione della legge 30: il ritorno del «lavoro a chiamata», l'abrogazione dei limiti per i contratti a termine, ma anche l'eliminazione della «responsabilità in solido» degli appaltanti rispetto ai subappaltanti, e del cosiddetto «indice di congruità», che oggi è utile per capire se il personale dichiarato da un'impresa sia commisurato al servizio erogato. Ma verrà cancellato anche quel documento che permette di evitare le dimissioni in bianco, imposte soprattutto alle donne in caso di gravidanza (al di là delle ideologie, un principio di civiltà minima che dovrebbe avere cittadinanza anche presso il centro-destra). Senza contare la stretta sui riposi e l'allungamento della settimana a 60 ore (vedi il box dedicato qui sotto).
I sindacati (ma in realtà la sola Cgil), i Comuni e le Regioni si sono detti preoccupati per i tagli imposti agli enti locali: le cifre rimbalzano, si va dai 17 miliardi in 3 anni di due giorni fa, agli oltre 23 miliardi di «risparmi» circolati ieri. La manovra complessiva resta di 34,9 miliardi di euro, dal 2009 al 2011, con l'obiettivo di azzerare il deficit. Un esempio lo offre il 2009: 9,6 miliardi verranno dai «risparmi» (i tagli ai servizi essenziali, i «non» contratti statali, le «non» stabilizzazioni dei precari pubblici, le riduzioni dei trasporti locali, etc.), mentre 3,5 miliardi saranno le entrate. Il ticket, ha spiegato il presidente delle Regioni Vasco Errani, avrebbe bisogno di una copertura di 834 milioni di euro, altrimenti verrebbe reintrodotto quello che il governo Prodi aveva sospeso solo per un anno (10 euro su diagnostica e specialistica). Il governo ha dunque annunciato un tavolo.
Province a settembre
Dopo le proteste manifestate dagli enti locali (e soprattutto da diverse clientele politiche) il governo ha deciso di rinviare l'eliminazione delle comunità montane e delle province metropolitane (sono almeno 9, quelle che insistono sulle città più grandi): se ne riparlerà a settembre. Resta spinosissimo il nodo statali: i sindacati parlano della necessità di almeno 7-8 miliardi per il rinnovo del biennio, ma per ora sono certe solo le mille tagliole già disposte da Brunetta e il demagogico piano «anti-fannulloni» (anche se il ministro, come contentino, annuncia una possibile detassazione straordinari anche per il settore). Quello che preoccupa di più i sindacati, è però la regolazione dell'organizzazione del lavoro per legge, eliminando di fatto la contrattazione. Questo è un aspetto che disturba anche Cisl e Uil, in realtà molto più morbide sulla generalità della manovra: ieri Bonanni e Angeletti hanno insistito soprattutto sull'urgenza di reperire le risorse per il pubblico impiego e sul loro no alla sterilizzazione del contratto, mentre Bonanni ha sottolineato la lotta all'evasione, dicendosi contrario alla misura già annunciata da Tremonti, ovvero l'abbandono della «tracciabilità dei pagamenti» introdotta da Visco (impossibilità di usare contanti oltre i 100 euro di compenso agli autonomi). La Confindustria, per bocca di Alberto Bombassei, ha definito «positiva», la manovra, salvo la bocciatura da parte di Emma Marcegaglia della tassa destinata alle plusvalenze dei petrolieri (la cosiddetta «Robin Tax»). Il più critico è stato Guglielmo Epifani: la Cgil si dice «insoddisfatta», ed è preoccupata dai tagli agli enti locali e alla sanità, oltre ovviamente al nodo degli statali. 35 MILIARDI E' l'entità della manovra che copre il triennio 2009-2001. Il primo anno sono 13,1 miliardi, nel 2010 7,2 e nel 2001 serviranno 14, 6 miliardi.

 

Una manovra che taglia i fondi agli enti locali e aggrava il precariato

di Antonio Sciotto

su Il Manifesto del 18/06/2008

Forbici per 17 miliardi, governatori e sindaci contro. Tornano il «lavoro a chiamata» e i contratti a termine senza limitazioni

Adesso che stanno al governo il gioco si fa serio: e infatti cominciano i tagli pesanti ai servizi pubblici e una forte ri-precarizzazione delle leggi sul lavoro. Bastino due misure, scelte tra le tante annunciate ieri e in arrivo al consiglio dei ministri di oggi: il ritorno del job on call (ovvero quello che trasforma il lavoratore in manodopera «squillo» a disposizione dell'impresa, chiamato o no a seconda della bisogna); e l'abolizione della legge sulle dimissioni in bianco, una delle meno conosciute ma delle più civili del passatogoverno: quella che obbligava a utilizzare lettere di dimissione con uno speciale codice alfanumerico a progressione cronologica, in modo da impedire che un imprenditore facesse firmare la comunicazione (più spesso alle lavoratrici) insieme al contratto di assunzione. Il ministro del Lavoro Sacconi vuole tornare al sistema precedente, ridando carta bianca alle imprese. Deroghe si annunciano anche per i contratti a termine, la cui proroga era stata limitata dal ministro Damiano, e Sacconi prevede anche l'abolizione totale del divieto di cumulo lavoro-pensione. Ma non basta, perché i problemi li vivranno tutti i cittadini, grazie al fatto che la finanziaria taglia molte voci di bilancio destinate alla sanità e al trasporto pubblico locale, proprio quei servizi destinati alle fasce più deboli. E non è ancora tutto: verranno favoriti anche gli evasori fiscali, dato che il governo ha intenzione di smantellare la riforma di Visco sulla tracciabilità dei pagamenti. Questa mattina l'esecutivo incontrerà le parti sociali, nel pomeriggio si terrà il consiglio dei ministri.
Enti locali: via 17 miliardi in tre anni. La manovra annuncia dolori per le regioni e i comuni, in particolare verranno martoriate sanità e trasporti: si taglieranno 3 miliardi nel 2009, 5 nel 2010 e 9 nel 2011. La manovra complessiva nei tre anni è di circa 34 miliardi, di cui 13,1 nel 2009, ed è obiettivo del governo ottenere il pareggio di bilancio nel 2011. «La manovra non è condivisibile», spiega il presidente delle Regioni Vasco Errani dopo un incontro con i rappresentanti del governo. I governatori prima ancora che sul merito, non concordano sul metodo: definiscono «inaccettabile mettere in discussione accordi già formalizzati e che hanno proiezioni pluriennali». Preoccupati si dicono anche i sindaci dell'Anci, con il coordinatore Leornardo Domenici. E la Cgil afferma che «il governo mette in ginocchio il Paese, tagliando di 9 miliardi in tre anni la spesa degli enti locali, di 2 miliardi la sanità, di 17 i ministeri e di 3 le spese del pubblico impiego e della scuola». Tra l'altro, insieme alla manovra, verrà presentato oggi anche il piano del ministro Brunetta orrendamente battezzato come «anti-fannulloni», che riduce tutta l'idea del servizio pubblico al problema del «nullafacentismo» e annuncia licenziamenti a raffica per chi non accettera mobilità, trasferimenti di funzioni e altre sanzioni. Non a caso, si prevede anche di privatizzare i servizi pubblici locali, permettendo grossi ingressi di capitali privati nelle cosiddette utility, secondo il principio di concorrenza.
Robin Tax, porte aperte agli evasori. La cosiddetta «Robin Tax» sulle compagnie petrolifere dovrebbe essere un sistema di tassazione «una tantum» (valido solo quest'anno) che darebbe circa 800 milioni di euro: si imporrebbe alle compagnie di dichiarare le plusvalenze realizzate grazie alle scorte (petrolio comprato quando il prezzo è più basso e rivenduto quando è più alto), applicandovi poi l'aliquota Ires (28% medio). E, restando in tema tasse, il governo pensa di abolire la «tracciabilità» dei pagamenti introdotta da Vincenzo Visco, ovvero la norma che impone di pagare con assegni non trasferibili, bonifici bancari e postali, o elettronici, i compensi sopra i 100 euro.

 

Class action, bye bye

di Sara Farolfi

su Il Manifesto del 18/06/2008

Rinviata di sei mesi, non sarà più retroattiva. Addio al caso Parmalat

Se il buon giorno si vede dal mattino, non si può proprio dire che la class action sia nata sotto i migliori auspici. Merito (suo malgrado) di un senatore di Forza Italia che nel novembre scorso salvò per errore di voto la fragile maggioranza del senato, votando l'emendamento che introduceva l'azione collettiva risarcitoria. Lui scoppiò in lacrime ma la class action, tra i boatos di Confindustria, trovò un posto nelle centinaia di pagine della legge finanziaria 2008.
«Un provvedimento all'amatriciana», così Luca Cordero di Montezemolo stigmatizzò la norma che sarebbe dovuta entrare in vigore a fine giugno, e che invece il governo ha annunciato di volere posticipare di sei mesi (a gennaio). Non perchè la maggioranza sia contraria, per carità. Anzi, dice il ministro Claudio Scajola: «Il governo è favorevole a un provvedimento di assoluta validità e importanza per i consumatori, solo che così com'è rischia di portare a vagoni di ricorsi senza giovare ai consumatori». Servirà insomma qualche altro 'tavolo di confronto' con le parti interessate, un po' come sul Testo unico in materia di sicurezza sul lavoro. Indovinate in quale direzione?
Risulta difficile pensare a qualcosa di più annacquato di quella che è la class action all'italiana. L'emendamento votato nella scorsa finanziaria prevede infatti che possano intentare una causa collettiva di risarcimento solo le associazioni dei consumatori maggiormente rappresentative, o comitati adeguatamente rappresentativi (per esempio i 'gabbati' dai bond Parmalat che decidano, come hanno fatto, di fare causa). Negli Usa, al contrario, anche un singolo cittadino può intentare un'azione collettiva: spetta poi al giudice, nell'udienza preliminare, valutare quanto quella singola istanza sia rappresentativa degli interessi di una 'classe' di persone. Negli Stati uniti poi, una volta ottenuto il via libera dal giudice, la class action riguarda (tanto nel caso di vittoria che in quello di sconfitta) tutti i cittadini effettivamente coinvolti, e non solo i promotori della causa. Il principio è quello dell'opt out, se non si vuole essere compresi bisogna dichiararlo. In Italia invece il principio è quello dell'opt in: partecipa agli eventuali benefici di una class action, solo chi vi ha effettivamente (e esplicitamente) aderito.
E veniamo a quello che il presidente di Altroconsumo (associazione indipendente di consumatori), Paolo Martinello, giudica «il vero punto debole del modello italiano», e cioè la conclusione dell'azione risarcitoria. Mentre infatti negli Usa è il giudice che, dopo avere valutato l'entità della 'classe', quantifica il risarcimento che l'impresa è tenuta a pagare, nella legge italiana tutta la fase della quantificazione dei danni e dell'erogazione delle somme dovute viene di fatto delegata a un momento successivo a quello della sentenza e rimessa ad una procedura conciliativa: «La legge non è chiara e risulta dunque difficile capire come in pratica il risarcimento potrà avvenire», dice Martinello.
Detto tutto questo, e con la necessaria premessa che negli Usa la class action ha una funzione di regolamentazione del mercato (con lo stato che di fatto delega ai privati la tutela di interessi collettivi) - si pensi ad esempio al «danno punitivo» che un giudice statunitense può comminare (funzione che in Europa dovrebbe essere svolta dagli organismi di vigilanza, antitrust e quant'altro) - il governo italiano pare intenzionare a modificare l'azione collettiva. Anticipava ieri MilanoFinanza che tra le revisioni, potrebbe esserci quella sulla non retroattività del provvedimento: addio dunque alla causa collettiva Parmalat, tanto per dirne una. Protestano le associazioni dei consumatori che oggi sono state convocate dal governo. «Siamo assulutamente contrari a qualsiasi rinvio sulla class action», dicono dal Codacons. Mentre Cittadinzattiva stigmatizza «l'ennesima vittoria delle lobby ai danni dei cittadini consumatori».

 

Mafia e massoni uniti per rallentare i processi a boss, medici, aziende

di Gemma Contin

su Liberazione del 18/06/2008

Otto arresti tra Palermo, Trapani, Agrigento, Roma, Terni e Orvieto, a conclusione della "Operazione Hiram", effettuati dai carabinieri su ordine del giudice per le indagini preliminari Roberto Conti, a seguito di un'inchiesta della Procura distrettuale antimafia diretta da Francesco Messineo su mafia e massoneria «finalizzata al rallentamento dei processi fino alla scadenza dei termini».
Le accuse sono di concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione in atti giudiziari, peculato, accesso abusivo ai sistemi informatici giudiziari, rivelazione di segreti d'ufficio.
L'operazione, coordinata dall'aggiunto Roberto Scarpinato e dal sostituto della Dda Paolo Guido, andava avanti dal 2006 ed è partita da intercettazioni e dalla segnalazione di alcuni rallentamenti sospetti negli iter giudiziari procedurali e burocratici di processi approdati in Cassazione che riguardavano in particolare un ginecologo palermitano, un imprenditore agrigentino e uno trapanese legato al clan di Mariano Agate. Le perquisizioni e il sequestro di documenti sono ancora in corso e sono stati effettuati anche presso alcuni uffici della Corte di Cassazione.
Dall'inchiesta emergerebbe che alcuni mafiosi, grazie all'aiuto di persone appartenenti a logge massoniche e alla burocrazia giudiziaria, avrebbero ottenuto di ritardare taluni processi in cui erano imputati gli stessi boss, medici, imprenditori, professionisti e altri affiliati alle cosche di Trapani e Agrigento.
Secondo quanto accertato dai magistrati, il ginecologo palermitano Renato Giovanni De Gregorio, 59 anni, condannato in primo e secondo grado per violenza sessuale su una minorenne, avrebbe fatto rallentare il procedimento per arrivare alla prescrizione. Il suo dibattimento è pendente dal 2005 alla Corte Suprema. L'imprenditore agrigentino Calogero Russello, 68 anni, gestore del Grand Hotel Mosè, già finito in carcere nell'operazione "Alta mafia" nella Città dei Templi, dopo una condanna in primo grado con il rito abbreviato, era stato invece assolto in secondo grado, ma la Cassazione aveva annullato la sentenza rinviando il processo alla Corte d'Appello. Russello, secondo i pm della Dda, grazie all'accordo tra mafia e massoneria sarebbe riuscito a far slittare la trattazione del ricorso della Procura.
Nell'ambito dell'inchiesta, i magistrati hanno anche iscritto nel registro degli indagati un sacerdote, il padre gesuita Ferruccio Romanin, rettore della Chiesa di Sant'Ignazio a Roma, con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Anche il religioso, di origini venete, sarebbe coinvolto nell'organizzazione per rallentare i processi e condizionare l'esito di alcuni dei procedimenti.
Gli altri finiti in carcere, oltre al ginecologo palermitano e all'imprenditore agrigentino, sono l'imprenditore Michele Accomando, 60 anni, di Mazara del Vallo, già arrestato per appalti pubblici pilotati; il faccendiere Rodolfo Grancini, 68 anni, di Orvieto, esponente della massoneria umbra; Calogero Licata, 57 anni, ex assessore comunale democristiano di Canicattì; Guido Peparaio, 55 anni, impiegato del Ministero di Giustizia, addetto alla Cancelleria della seconda sezione della Corte di Cassazione, arrestato a Ficulle in provincia di Terni; Nicolò Sorrentino, 64 anni, imprenditore di Marsala; l'agente Francesca Surdo, 35 anni, originaria di Palermo, in attività a Roma presso il Servizio centrale operativo della Polizia di Stato.
Senza le intercettazioni, precisano gli inquirenti della Dda, non sarebbe stato possibile accertare i reati. Peparaio, secondo quanto si è appreso, avrebbe agito sulle priorità della seconda sezione della Cassazione, facendo slittare o anticipare i ricorsi. Secondo la ricostruzione dell'accusa, un ruolo avrebbe giocato anche l'agente di polizia Surdo. La donna avrebbe compiuto una serie di accessi abusivi al sistema informatico della polizia per fornire al Grancini notizie su processi e indagini in corso.
Si tratta, hanno detto ieri il procuratore capo Messineo e l'aggiunto Scarpinato in una conferenza stampa convocata a Roma nella sede del Comando dei carabinieri di Piazza San Lorenzo in Lucina, di «un patto segreto stretto tra mafia e massoneria contro la giustizia, con il primo obiettivo di ritardare i processi ai boss e a professionisti affiliati, in alcuni casi anche dietro pagamento di cospicue somme di denaro per ottenere l'insabbiamento».
E' una dichiarazione che arriva come un boomerang nel bel mezzo della polemica sul tentativo del governo di dare ai processi iter differenziati e corsie lente o veloci a seconda del rango degli imputati e il ruolo pubblico che essi rivestono. A partire dalla pretesa, reiterata anche in questa legislatura dal premier Silvio Berlusconi - tessera della loggia massonica P2 numero 1816, fascicolo 625 della lista di Licio Gelli ritrovata a Castiglion Fibocchi - con una lettera inviata al presidente del Senato e letta ieri in Aula da Renato Schifani, della sospensione del giudizio per le alte cariche dello Stato.


Emergenza sicurezza:Strage nel mediterraneo


Un gommone della marina maltese raggiunge gli immigrati africani aggrappati alla gabbia di ...

Uno, uno solo. Uno su centocinquanta. Neanche lui sa come ce l'ha fatta. E comunque la sua storia non potrà raccontarla a nessuno, probabilmente ora è rinchiuso in uno di quei «campi» allestiti in Libia coi soldi italiani. Cpt al di là del Mediterraneo. La sua storia, la storia degli altri 149 che non ce l'hanno fatta, s'è comunque venuta a sapere lo stesso. Assomiglia a tante altre, assomiglia a quella del Natale del '96, quando il mare fece «sparire» 300 migranti, o a quella del 19 agosto di due anni fa. Quando l'ennesima «carretta» del mare, si spaccò e 50 clandestini non trovano nulla a cui appigliarsi. La stessa, identica storia: stavolta si parla di un gozzo con dentro, stipati fino all'inverosimile, 150 persone. Forse anche di più. Era partita da Zuwarah, al confine fra Libia e Tunisia, direzione Italia, Lampedusa. A bordo soprattutto egiziani, il superstite ha raccontato di intere famiglie.
All'improvviso, le condizioni metereologiche si sono aggravate. Onde, altissime. Il barcone deve essersi rovesciato. Per chi era a bordo non c'è stato nulla da fare. Uno solo è riuscito ad aggrapparsi, non si sa bene a cosa. La tragedia dovrebbe essere avvenuta il 7 giugno. Se ne parla ora perché le autorità libiche, che hanno raccolto sulle proprie coste i corpi di ventun persone, hanno avvertito il Cairo. Stando alle loro informazioni, a bordo dovevano esserci molti egiziani. Tutti, tranne quei venti già recuperati, inseriti fra i «dispersi». Dispersi in fondo al mare.
L'elenco delle grandi tragedia si arricchisce così di un nuovo capitolo. Che fa passare in secondo piano le altre «piccole» tragedie, che avvengono quotidianamente. Ieri, per esempio. Dopo che erano stati avvistati da un peschereggio, navi militari di Malta sono salpate per andare a recuperare 28 somali che da due giorni erano aggrappati, in mezzo al mare, alle gabbie dove si allevano i tonni. Anche loro vittime di un naufragio, dove hanno perso la vita sei persone, tre bambini.
La nave maltese era uscita da un'ora dal porto di La Valletta quando si è accorta che su un'altra gabbia per tonni, erano aggrappati altri 50 migranti. Sono riusciti a soccorrere anche loro. Così come le motovedette italiane, che hanno portato in salvo, da sabato, altre 400 persone. Ora rinchiuse nel Cpt di Lampedusa.
Ma non è finita. Perchè sul molo di Lampedusa, sempre ieri, è accaduto anche qualcos'altro. E' successo che il vice sindaco leghista dell'isola, Angela Maraventano - che è anche deputata del Carroccio- ha inscenato una manifestazione. Contro l'immigrazione clandestina. S'è presentata col volto avvolto in un chador chiedendo ai capitani delle motovedette un passaggio per Tunisi. L'hanno ignorata. E sono tornati in mare, provando a salvare altre vite.

 

Un cimitero mediterraneo

di Alfredo Marsala

su Il Manifesto del 17/06/2008

L'ennesimo naufragio al largo delle coste libiche fa 40 morti e un centinaio di dispersi. È avvenuto il 7 giugno ma si è coperto solo ieri, nonostante le denunce di alcuni superstiti. Una strage seconda solo a quella di Portopalo nel '96. Anche stavolta la meta era l'Italia, dove ieri sono riusciti ad arrivare in 400. E dove li aspettano cpt ed espulsioni

Quaranta migranti sono stati ripescati cadaveri da militari libici, altri cento risultano ufficialmente dispersi, ma presto il mare potrebbe fare riemergere i loro corpi. Strage, è la parola più utilizzata in questi casi. L'ennesima, nel Canale di Sicilia, il cimitero dei migranti. Ma tutto in realtà era già stato scritto. Nove giorni fa i marinai della nave Sirio, mentre sistemavano sottocoperta i cadaveri di tredici migranti recuperati a largo delle coste della Libia, misero in allarme le capitanerie: «Dal Nordafrica sono partiti alcuni barconi di cui non si hanno più notizie, probabile che siano naufragati per il maltempo». Il manifesto ne diede notizia, ma nessuno se ne preoccupò. Come dieci anni fa per il naufragio di Portopalo, quello della notte di Natale del '96, salvo poi piangere lacrime di coccodrillo cinque anni dopo quando la verità cominciò ad emergere dai resti umani che rimanevano impigliati nelle reti dei pescatori.
Stavolta non è andata così, grazie all'ambasciata egiziana a Tripoli che ha consegnato un rapporto al governo del Cairo dopo aver ricevuto informazioni dai servizi d'intelligence di Gheddafi: i corpi di 40 persone, tutte egiziane, sono stati recuperati in mare e oltre cento tra uomini, donne e bambini risultano dispersi. Il presagio della Sirio s'è avverato. I corpi dei poveri migranti in fuga dalla miserie e dalla fame sarebbero stati inghiottiti dalle onde del canale di Sicilia poco dopo la partenza dal porto di Zuwarah, a sud di Tripoli. Non è ancora chiaro se si trovassero tutti a bordo di uno o più barconi. Secondo le fonti egiziane i migranti si sarebbero imbattuti nel mare grosso a circa cinquanta-sessanta miglia dalla Libia. La zona di mare è la stessa dove i marinai della Sirio, il 7 giugno, issarono a bordo i tredici cadaveri. Da una sommaria ispezione sui corpi l'equipaggio comunicò, prima di giungere a Porto Empedocle, che tre dei tredici cadaveri erano in avanzato stato di decomposizione. «Non fanno parte dello stesso naufragio», dissero i marinai. Ora il quadro sembra più chiaro. E' molto probabile che quei tre migranti ripescati nove giorni fa e trascinati al largo dalle correnti facessero parte dello stesso gruppo di africani rinvenuti cadaveri dai libici, che hanno dovuto rendere pubblica la notizia perché tra i morti c'erano molti egiziani. L'ambasciatore a Tripoli, ricevuta l'informativa lo scorso fine settimana, ha presentato un rapporto al Cairo. E così è emersa questa tragedia che ricorda quelle di Portopalo la notte di Natale di quindici anni fa, quando quasi 300 clandestini morirono annegati tra Malta e la Sicilia, dopo lo scontro tra il cargo libanese Friendship e la motonave Yohan.
Dal naufragio al largo della Libia sarebbero sopravvissute solo due persone: un cittadino del Bangladesh e un egiziano. Quest'ultimo ha fornito alcuni dettagli all'ambasciata egiziana, raccontando che si trovava a bordo di una imbarcazione con circa 150 persone, un cinquantina dei quali suoi connazionali, originari della città di Zagazig, sul Delta del Nilo. Wael Nagui Abdel Mutagali ha riferito di essere stato soccorso da una nave e che ogni migrante aveva dovuto pagare 2000 dollari a uno scafista egiziano che vive in Libia come prezzo per raggiungere l'Italia. Le autorità libiche non hanno dato dettagli ma secondo il sopravvissuto a parte il gruppo di egiziani tra i dispersi ci sarebbero molti migranti provenienti dal Marocco, dell'Algeria e dal Bangladesh.
Non c'è traccia intanto dei sei migranti che erano a bordo del barcone che due giorni fa si è spezzato scontrandosi contro le gabbie dei tonni, a 56 miglia a sud di Malta. Tra i dispersi ci sarebbero alcuni bambini, come riferito dagli altri 28 somali soccorsi dal peschereccio italiano Gambero mentre erano aggrappati alle gabbie. L'equipaggio li ha issati a bordo dopo aver calato due gommoni tra le acque molto agitate e poi li ha consegnati a una motovedetta della marina maltese, che ha poi soccorso altri 56 migranti che si trovavano su due barconi (28 persone in ciascun natante) a circa 55 miglia a sud.
Col bel tempo sono ripresi i viaggi della speranza verso Lampedusa dove, a bordo di sette diverse imbarcazioni, sono giunti in totale 404 clandestini in appena 24 ore, mandando in tilt il sistema di accoglienza. Anche ieri avvistamenti e sbarchi si sono susseguiti durante la giornata. Tre le imbarcazioni fermate a sud di Lampedusa: un gommone di otto metri con 46 migranti, un natante con 45 persone (tra cui sette bambini) affondato subito dopo che gli extracomunitari sono stati trasbordati su una motovedetta della guardia di finanza, un altro barcone con 46 a bordo. Un mini sbarco si è registrato anche sull'isola di Marettimo, nell'arcipelago delle Egadi: una zona decisamente più a nord di quelle solitamente battute dalle rotte degli immigrati. Un gruppo di sei migranti è stato invece intercettato a terra da una pattuglia della guardia di finanza.
Anche al largo di Malta, altra meta degli sbarchi di immigrati, la situazione rimane d'allerta: ieri un peschereccio ha trainato una gabbia per tonni alla quale si trovavano aggrappati 26 clandestini, a circa 75 miglia a sud dell'isola, ai confini con le acque territoriali libiche.

Naufragio di immigrati a Malta. Sei le persone che mancano all' appello

Si spezza un barcone, bimbi somali dispersi

di Alfio Sciacca

su Corriere della Sera del 16/06/2008

Cambiano le coordinate e il bilancio delle vittime ma la tragedia si ripete secondo un triste copione che ha come scenario sempre il Canale di Sicilia. Ancora un naufragio lungo la rotta dei clandestini. E' avvenuto 56 miglia a sud di Malta e ci sarebbero sei morti anche se ufficialmente si parla ancora di dispersi. Tra loro anche alcuni bambini. Questo almeno stando al racconto dei superstiti: 28 somali che sono riusciti a salvarsi aggrappandosi alle grosse gabbie per l' allevamento dei tonni. Per l' ennesima volta ad evitare un bilancio ancor più pesante ci sono proprio queste famose gabbie, che si stanno trasformando in enormi ciambelle di salvataggio in mare aperto che i clandestini inseguono come un miraggio di salvezza quando sono ancora lontanissimi dalle coste italiane. Come è successo anche ieri. Difficile avere particolari sulla tragedia perché a procedere in questo caso sono state esclusivamente le autorità maltesi. E a differenza di altre volte non è stato chiesto il supporto della nostra Marina. «Non ci è giunta alcuna richiesta di collaborazione - affermano dal comando generale delle capitanerie di porto - abbiamo solo un Sos partito da un telefono satellitare da una zona a circa 50 miglia da Malta ed è presumibile che sia stato lanciato da questo barcone che poi ha fatto naufragio come potrebbe essere partito da altri natanti che sono in zona e sono pure in difficoltà». Stando anche a quello che riferiscono alcuni siti internet di Malta i clandestini avrebbero avvistato un peschereccio italiano, il «Gambero», con al traino la grossa gabbia dei tonni. Un' ancora di salvezza nel mare in tempesta quando erano forse ad uno o due giorni di viaggio. Ma nel momento in cui hanno cercato di avvicinarsi, proprio a causa delle pessime condizioni del mare, sono andati a sbattere violentemente contro la struttura galleggiante della gabbia. L' impatto è stato così violento che la carretta del mare si è spezzata. I clandestini sono finiti in acqua e quelli che non sapevano nuotare e i più piccoli non hanno avuto scampo. Dal peschereccio sono stati lanciati anche due gommoni che, assieme alla gabbia dei tonni, hanno evitato che il bilancio della tragedia fosse ben più pesante. Gli immigrati sono stati poi tirati a bordo del peschereccio fino a quando in zona non è arrivata una motovedetta maltese che li ha trasferiti sulla terra ferma. Le ricerche dei dispersi sono andate avanti per ore ma senza alcun esito. La tragedia arriva a termine di quella che per Lampedusa è stata una giornata da bollino rosso. In una sequenza ininterrotta di sbarchi ieri sono arrivati oltre 400 immigrati. In particolare un barcone con 79 clandestini, con a bordo 18 donne una delle quali incinta, era col motore in panne e ormai in balia delle onde quando è stato intercettato a 20 miglia dalle coste italiane. Dopo i controlli medici una parte degli immigrati sono risultati affetti da scabbia. Sempre ieri, nella stessa zona dell' ultimo naufragio, la marina militare maltese ha soccorso altri due barconi in difficoltà per le pessime condizioni del mare. Per protestare contro questa nuova impennata di sbarchi ieri mattina il vice sindaco di Lampedusa, la senatrice della Lega Nord Angela Maraventano ha inscenato una singolare protesta. Si è presentata al molo chiedendo «un passaggio per andare a Tripoli». Vestita col velo islamico «per rispetto degli usi e i costumi di quei popoli» è pronta a «fare il viaggio all' incontrario verso la Libia. Ho chiesto alla capitaneria e alla Guardia di Finanza e non me lo consentono. Ma io voglio farlo comunque e ora chiederò aiuto a qualche peschereccio». 400 *** Gli sbarchi di clandestini registrati a Lampedusa nella giornata di ieri. Tra questi, un barcone con 18 donne, di cui una incinta *** 28 *** Gli immigrati che sono riusciti a salvarsi aggrappandosi alle gabbie dei tonni. Sono, invece, sei i morti * * * Il precedente Aggrappati alle reti Questa foto fece il giro del mondo. Ventisette immigrati salvati al largo di Malta dopo essere rimasti aggrappati alle reti dei tonni per un giorno e una notte. Era il maggio dello scorso anno. Per i clandestini fu un' odissea: erano partiti dalla Libia, da Al Zuara e rimasero 10 giorni in mare. Con il naufragio la loro sorte sembrava segnata: ma quando videro passare le gabbie trainate dal rimorchiatore si buttarono su quella ciambella di salvataggio che li strappò alla morte Le polemiche Fu lo stesso comandante del rimorchiatore maltese a lanciare l' allarme sulla presenza di immigrati in mare. Ma prima che la notizia fosse confermata e che qualcuno si muovesse in loro soccorso passarono 24 ore.

L'ennesima strage, ennesima provocazione Fino a quando tollereremo?

Quale emergenza sicurezza, a pagare sono i migranti. Bambini in testa

Fulvio Vassallo Paleologo*
Ancora una tragedia del mare, a sud di Malta, frutto delle politiche di sbarramento e delle azioni di contrasto dell'immigrazione clandestina, con il pattugliamento avviato nel Canale di Sicilia dall'Agenzia Frontex il 18 maggio. Rimane l'incapacità dei paesi europei di stabilire regole certe nei rapporti con i paesi di transito in modo da garantire il diritto di asilo ed i diritti fondamentali della persona. Manca una qualsiasi collaborazione a livello europeo nella distribuzione degli oneri derivanti dall'accoglienza di alcune migliaia di migranti, in gran parte richiedenti asilo, ed il cinismo dei rappresentanti della destra italiana giunge fino al punto di oltraggiare i cadaveri delle vittime di queste stragi, promuovendo iniziative farsesche, demagogiche e apertamente provocatorie. Fino a quando l'opinione pubblica continuerà a tollerare tutto questo?
Mentre l'attenzione dei media è tutta incentrata sulla criminalizzazione dei migranti irregolari e sull'introduzione del reato di immigrazione clandestina, non si percepisce quanto le misure annunciate dai governanti italiani siano prive di qualsiasi effetto dissuasivo e, come i pattugliamenti congiunti in acque internazionali, finiscano solo per determinare altre tragedie ed altri lutti. Le rotte sono sempre più pericolose, per sfuggire ai controlli, oltre che su Lampedusa si punta verso Malta, le imbarcazioni più piccole ed insicure, gli scafisti , con la complicità della polizia di Gheddafi, lasciano partire dalla Libia mezzi "a perdere", senza neppure rischiare la vita, mentre alcuni magistrati e la polizia italiana non trovano di meglio che perseguire i poveracci che sono stati fotografati mentre si alternavano al timone.
La sanzione penale degli interventi di salvataggio ritarda gli equipaggi dei pescherecci di fronte alle chiamate di soccorso, e regole di ingaggio del tutto arbitrarie e contrarie alle Convenzioni internazionali, costringono i mezzi della marina italiana ad intervenire in acque che non sarebbero di loro competenza, qualche volta troppo tardi. Ed intanto si allunga la lista dei morti che sono solo una piccola parte dei dispersi e delle vittime delle tante tragedie che rimangono senza neppure una cronaca. E neppure il diritto all'esame del Dna per dare una identità alle vittime, mentre in Italia si vorrebbe introdurre questo esame al solo scopo di scoraggiare i ricongiungimenti familiari.
La violazione dei diritti umani dei migranti passa anche attraverso gli accordi di riammissione. Dal 1999 l'Italia cerca di concludere un accordo di riammissione con la Libia, anche se si tratterebbe di "deportazioni" vere e proprie in quanto la quasi totalità dei migranti irregolari che giungono in Italia dalla Libia non sono cittadini libici ed una buona parte di loro, come dovrebbe ricordare anche il sottosegretario Mantovano, ottiene il riconoscimento di uno status di protezione internazionale. Come è noto, la Libia non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra e non riconosce il diritto di asilo o altre forme di protezione internazionale. Eppure il precedente governo Berlusconi realizzò dall'ottobre del 2004 al marzo del 2005 la deportazione di un migliaio di migranti, direttamente da Lampedusa verso la Libia, finanziando sino alla fine del 2005 migliaia di rimpatri dalla Libia verso i paesi di origine, prassi interrotte solo davanti alla minaccia di una condanna da parte della Corte Europea dei diritti dell'uomo.
Adesso Gheddafi pretende che l'Europa e l'Italia onorino le promesse di finanziamento e nell'attesa che il Parlamento Europeo approvi la direttiva sui rimpatri sta facendo partire migliaia di persone, abbandonandole al loro destino in mare, proprio per ricattare i governi europei. La proposta di Sarkozy, impegnato per una Unione euromediterranea, che dovrebbe servire a coinvolgere i paesi di transito nella guerra all'immigrazione "illegale", ha già ricevuto un secco no da parte della Libia e questo potrebbe anche spiegare l'intensificarsi dei tentativi di sbarco verso Malta e Lampedusa, Nessuno si accorge che le principali vittime di queste politiche di militarizzazione dei controlli di frontiera sono i richiedenti asilo, come i Somali annegati ieri a Malta, tra i quali un numero crescente di donne e minori, e in Italia sembra ancora prevalere la convinz

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L'umanità negata

di Valentino Parlato

su Il Manifesto del 17/06/2008

Quaranta cadaveri e un centinaio di dispersi, che non troveremo mai, nel mare di Sicilia. Persone, esseri umani, che fuggono dai loro paesi, raggiungono la costa meridionale del Mediterraneo. È una storia di sterminio di massa che si ripete e continuerà. Di chi è la responsabilità di questa strage continua? Nostra, della nostra globalizzazione aperta a tutti i movimenti di capitali, ma chiusa - fino all'omicidio di massa - alle persone, a quelli che non riescono a vivere nei loro paesi e a rischio di morte tentano di sbarcare nel nostro mondo ricco e benestante. Magari solo per mendicare, ma in un paese ricco la mendicità può dare da vivere.
È una tragedia, ma essendo una tragedia di poveracci non diventa mai un nostro problema. Al massimo si cerca di eludere il problema con più vigilanza, con sbarramenti di motovedette e guardie.
Questi disperati migranti non c'erano un tempo o il fenomeno era meno rilevante. Oggi queste popolazioni sono più povere, alla disperazione, perché nei loro paesi la popolazione è cresciuta e perché le loro produzioni sono state distrutte dalla nostra crescita di produttività. Perché la nostra globalizzazione è stata quella dei paesi benestanti, quasi il club dei signori. E - va detto - nei nostri paesi benestanti la globalizzazione finanziaria e mercantile ha accresciuto il distacco tra poveri e ricchi. E i nostri poveri, quelli che lavorano a salario a tempo determinato, o in nero, temono l'arrivo di altri poveri, ancora più poveri e più disposti a lasciarsi sfruttare per un tozzo di pane.
Gli imperi coloniali non ci sono più, ma viene da dire che siamo andati al peggio. Non ci sono più le colonie, ma c'è la colonizzazione volontaria di tutti quelli che nei loro paesi non riescono più a vivere e tentano di farsi individualmente colonizzare nei nostri paesi ricchi.
Questi movimenti migratori sono diventati una costante tragica dei nostri tempi e quel che sorprende è che non ci sia nessuna iniziativa non dico democratica, ma almeno umanitaria. Pensiamo solo a rafforzare le frontiere e basta. Tacciono i governi, tacciono anche i partiti di opposizione e qui da noi tace anche la Chiesa cattolica, quelli che tentano di arrivare mica sono cristiani!
Questa tragedia degli emigranti - donne, bambini e uomini condannati ad affogare nel nostro bel Mediterraneo - non sembra toccare la sensibilità delle nostre società, dei nostri politici, dei nostri intellettuali. Un'insensibilità che segna il nostro grado di imbarbarimento.

«In quel cpt una stanza dei pestaggi»

di Orsola Casagrande

su Il Manifesto del 17/06/2008

I racconti dei migranti usciti dal centro di corso Brunelleschi a Torino

Non si respira una bella aria a Torino. Sali sull'autobus e l'unica cosa di cui si parla sono i rischi che si corrono sui tram e sui pullman. Rischi? «Non hai sentito? - dice una giovane donna - qui ormai è il Far West». L'autobus è il 67, lo stesso dove qualche giorno fa i vigili urbani hanno spadroneggiato con fare effettivamente un po' da cowboys, intimando ai cittadini stranieri presenti di scendere, dividendo uomini da donne e esibendosi in controlli accompagnati da frasi come «la pacchia è finita». E a chi mostrava la carta d'identità italiana, «non ce ne frega nulla della vostra carta italiana, questo non è più il paese delle meraviglie».
Al mercato di Porta Palazzo, storico quartiere delle differenze e per questo uno dei luoghi più ricchi e interessanti, il clima di questi giorni si traduce in poca voglia di parlare da parte dei cittadini stranieri. Che però non riescono a trattenersi più di tanto, perché di voglia di parlare ne hanno molta. «Non capiamo - dice un giovane fruttivendolo marocchino, Abdul - ci sembrava che tutto questo odio potesse finire, anzi credevamo che fosse se non finito almeno un po' contenuto e invece è riesploso». E in modo violento. Siccome qui quasi tutti hanno subito l'umiliante esperienza di una detenzione nei cpt italiani, è facile sapere cosa sta accadendo dentro corso Brunelleschi come in altre galere. La morte del giovane detenuto tunisino a cui sarebbero stati negati i soccorsi è avvenuta soltanto due settimane fa, ma è già stata dimenticata. Non qui a Porta Palazzo. «La Croce Rossa non ti aiuta - dice M. - se stai male puoi sgolarti ma se non hanno voglia di venire non vengono. Il medico ti visita solo se gli va». L'inchiesta sulla morte del giovane è aperta. In questi giorni dovrebbe essere depositata l'autopsia che servirà a chiarire le cause della morte. Quelle mediche. Perché poi rimane il fatto dei soccorsi. E su questo il magistrato dovrà fare chiarezza. Le testimonianze dei detenuti che hanno assistito impotenti alla morte del loro compagno sono chiare. «Abbiamo urlato ma non è venuto nessuno». Chi c'era, chi ha chiesto aiuto, è stato prontamente deportato, espulso nei giorni immediatamente successivi alla morte. Gli abusi e le violenze continuano. Lo conferma il racconto due ragazzi appena usciti dal centro di corso Brunelleschi. «Siamo trattati come bestie - dice A., marocchino - poi quando alla polizia gira ci prendono e ci portano in una stanza e lì ci picchiano». Questa stanza dei pestaggi è ricorrente nelle storie di tanti e non solo nel centro torinese. Anche negli altri cpt infatti i detenuti raccontano di essere stati portati ammanettati in una stanza e lì pestati a sangue. Fare denuncia è difficile e comunque molto spesso una denuncia non ha seguito. Si ferma, si arena nei tribunali italiani. Muore. Lo conferma l'avvocato Gianluca Vitale che proprio in questi giorni ha depositato l'ennesima denuncia. «Il giovane marocchino che rappresento ormai è stato espulso. La denuncia riguarda le botte prese mentre era ammanettato», dice Vitale. Intanto, nel silenzio dei media, le espulsioni dei testimoni di quella tragica notte sono proseguite. Un altro giovane tunisino di ventinove anni racconta al telefono di non avere «più speranza. Dopo cinque anni in Italia, senza permesso, costretto a arrangiarmi come meglio potevo, dopo tre anni di carcere ho deciso che è meglio tornare al mio paese. Non mi aspetta una vita serena, ma di stare in Italia non me la sento». E' stato lui a trovare il giovane compagno morto due settimane fa. «E per fortuna - dice - che lo conoscevo da quando eravamo al paese, perché lui aveva detto di essere marocchino e oggi non avrebbe avuto nemmeno la possibilità di essere sepolto a casa sua, dove sono i suoi familiari». Sulle condizioni del centro il giovane dice che «purtroppo solo noi che viviamo qui dentro sappiamo cosa significa, l'umiliazione quotidiana, la violenza anche psicologica perché non c'è solo la violenza fisica. In fondo eravamo venuti qui inseguendo un sogno, quello di vivere meglio, trovare un lavoro. Speravamo di trovare qui quella possibilità di realizzarci che al nostro paese non ci è stata data. Non è stato così. La vita normale che sognavamo non si è realizzata».

 

Reato di clandestinità,la Ue contro l'Italia

Il commissario Barrot: «Non si possono aggravare le pene». I numeri bocciano il decreto

Non è possibile aggravare la pena a causa della presenza irregolare, è contrario al diritto europeo»: lo ha affermato ieri il neo commissario Ue alla Giustizia Jacques Barrot, durante la sua audizione al parlamento europeo, a proposito dell'immigrazione clandestina. Poi, interrogato dai giornalisti, Barrot ha spiegato meglio il suo punto di vista: «Mi riferivo ai cittadini europei, in ogni caso per quanto riguarda i cittadini non Ue questa pone comunque un problema. Teoricamente non si può aggravare una pena» se ci si riferisce ai cittadini non Ue mentre «si può prevedere il rimpatrio degli immigrati dopo aver scontato la pena secondo le legislazioni nazionali» ha spiegato Barrot. Le dichiarazioni del commissario (che cadono fra l'altro alla vigilia della discussione all'Europarlamento sul

L'umanità negata

di Valentino Parlato

su Il Manifesto del 17/06/2008

Quaranta cadaveri e un centinaio di dispersi, che non troveremo mai, nel mare di Sicilia. Persone, esseri umani, che fuggono dai loro paesi, raggiungono la costa meridionale del Mediterraneo. È una storia di sterminio di massa che si ripete e continuerà. Di chi è la responsabilità di questa strage continua? Nostra, della nostra globalizzazione aperta a tutti i movimenti di capitali, ma chiusa - fino all'omicidio di massa - alle persone, a quelli che non riescono a vivere nei loro paesi e a rischio di morte tentano di sbarcare nel nostro mondo ricco e benestante. Magari solo per mendicare, ma in un paese ricco la mendicità può dare da vivere.
È una tragedia, ma essendo una tragedia di poveracci non diventa mai un nostro problema. Al massimo si cerca di eludere il problema con più vigilanza, con sbarramenti di motovedette e guardie.
Questi disperati migranti non c'erano un tempo o il fenomeno era meno rilevante. Oggi queste popolazioni sono più povere, alla disperazione, perché nei loro paesi la popolazione è cresciuta e perché le loro produzioni sono state distrutte dalla nostra crescita di produttività. Perché la nostra globalizzazione è stata quella dei paesi benestanti, quasi il club dei signori. E - va detto - nei nostri paesi benestanti la globalizzazione finanziaria e mercantile ha accresciuto il distacco tra poveri e ricchi. E i nostri poveri, quelli che lavorano a salario a tempo determinato, o in nero, temono l'arrivo di altri poveri, ancora più poveri e più disposti a lasciarsi sfruttare per un tozzo di pane.
Gli imperi coloniali non ci sono più, ma viene da dire che siamo andati al peggio. Non ci sono più le colonie, ma c'è la colonizzazione volontaria di tutti quelli che nei loro paesi non riescono più a vivere e tentano di farsi individualmente colonizzare nei nostri paesi ricchi.
Questi movimenti migratori sono diventati una costante tragica dei nostri tempi e quel che sorprende è che non ci sia nessuna iniziativa non dico democratica, ma almeno umanitaria. Pensiamo solo a rafforzare le frontiere e basta. Tacciono i governi, tacciono anche i partiti di opposizione e qui da noi tace anche la Chiesa cattolica, quelli che tentano di arrivare mica sono cristiani!
Questa tragedia degli emigranti - donne, bambini e uomini condannati ad affogare nel nostro bel Mediterraneo - non sembra toccare la sensibilità delle nostre società, dei nostri politici, dei nostri intellettuali. Un'insensibilità che segna il nostro grado di imbarbarimento.

«In quel cpt una stanza dei pestaggi»

di Orsola Casagrande

su Il Manifesto del 17/06/2008

I racconti dei migranti usciti dal centro di corso Brunelleschi a Torino

Non si respira una bella aria a Torino. Sali sull'autobus e l'unica cosa di cui si parla sono i rischi che si corrono sui tram e sui pullman. Rischi? «Non hai sentito? - dice una giovane donna - qui ormai è il Far West». L'autobus è il 67, lo stesso dove qualche giorno fa i vigili urbani hanno spadroneggiato con fare effettivamente un po' da cowboys, intimando ai cittadini stranieri presenti di scendere, dividendo uomini da donne e esibendosi in controlli accompagnati da frasi come «la pacchia è finita». E a chi mostrava la carta d'identità italiana, «non ce ne frega nulla della vostra carta italiana, questo non è più il paese delle meraviglie».
Al mercato di Porta Palazzo, storico quartiere delle differenze e per questo uno dei luoghi più ricchi e interessanti, il clima di questi giorni si traduce in poca voglia di parlare da parte dei cittadini stranieri. Che però non riescono a trattenersi più di tanto, perché di voglia di parlare ne hanno molta. «Non capiamo - dice un giovane fruttivendolo marocchino, Abdul - ci sembrava che tutto questo odio potesse finire, anzi credevamo che fosse se non finito almeno un po' contenuto e invece è riesploso». E in modo violento. Siccome qui quasi tutti hanno subito l'umiliante esperienza di una detenzione nei cpt italiani, è facile sapere cosa sta accadendo dentro corso Brunelleschi come in altre galere. La morte del giovane detenuto tunisino a cui sarebbero stati negati i soccorsi è avvenuta soltanto due settimane fa, ma è già stata dimenticata. Non qui a Porta Palazzo. «La Croce Rossa non ti aiuta - dice M. - se stai male puoi sgolarti ma se non hanno voglia di venire non vengono. Il medico ti visita solo se gli va». L'inchiesta sulla morte del giovane è aperta. In questi giorni dovrebbe essere depositata l'autopsia che servirà a chiarire le cause della morte. Quelle mediche. Perché poi rimane il fatto dei soccorsi. E su questo il magistrato dovrà fare chiarezza. Le testimonianze dei detenuti che hanno assistito impotenti alla morte del loro compagno sono chiare. «Abbiamo urlato ma non è venuto nessuno». Chi c'era, chi ha chiesto aiuto, è stato prontamente deportato, espulso nei giorni immediatamente successivi alla morte. Gli abusi e le violenze continuano. Lo conferma il racconto due ragazzi appena usciti dal centro di corso Brunelleschi. «Siamo trattati come bestie - dice A., marocchino - poi quando alla polizia gira ci prendono e ci portano in una stanza e lì ci picchiano». Questa stanza dei pestaggi è ricorrente nelle storie di tanti e non solo nel centro torinese. Anche negli altri cpt infatti i detenuti raccontano di essere stati portati ammanettati in una stanza e lì pestati a sangue. Fare denuncia è difficile e comunque molto spesso una denuncia non ha seguito. Si ferma, si arena nei tribunali italiani. Muore. Lo conferma l'avvocato Gianluca Vitale che proprio in questi giorni ha depositato l'ennesima denuncia. «Il giovane marocchino che rappresento ormai è stato espulso. La denuncia riguarda le botte prese mentre era ammanettato», dice Vitale. Intanto, nel silenzio dei media, le espulsioni dei testimoni di quella tragica notte sono proseguite. Un altro giovane tunisino di ventinove anni racconta al telefono di non avere «più speranza. Dopo cinque anni in Italia, senza permesso, costretto a arrangiarmi come meglio potevo, dopo tre anni di carcere ho deciso che è meglio tornare al mio paese. Non mi aspetta una vita serena, ma di stare in Italia non me la sento». E' stato lui a trovare il giovane compagno morto due settimane fa. «E per fortuna - dice - che lo conoscevo da quando eravamo al paese, perché lui aveva detto di essere marocchino e oggi non avrebbe avuto nemmeno la possibilità di essere sepolto a casa sua, dove sono i suoi familiari». Sulle condizioni del centro il giovane dice che «purtroppo solo noi che viviamo qui dentro sappiamo cosa significa, l'umiliazione quotidiana, la violenza anche psicologica perché non c'è solo la violenza fisica. In fondo eravamo venuti qui inseguendo un sogno, quello di vivere meglio, trovare un lavoro. Speravamo di trovare qui quella possibilità di realizzarci che al nostro paese non ci è stata data. Non è stato così. La vita normale che sognavamo non si è realizzata».

 

Reato di clandestinità,la Ue contro l'Italia

Il commissario Barrot: «Non si possono aggravare le pene». I numeri bocciano il decreto

Non è possibile aggravare la pena a causa della presenza irregolare, è contrario al diritto europeo»: lo ha affermato ieri il neo commissario Ue alla Giustizia Jacques Barrot, durante la sua audizione al parlamento europeo, a proposito dell'immigrazione clandestina. Poi, interrogato dai giornalisti, Barrot ha spiegato meglio il suo punto di vista: «Mi riferivo ai cittadini europei, in ogni caso per quanto riguarda i cittadini non Ue questa pone comunque un problema. Teoricamente non si può aggravare una pena» se ci si riferisce ai cittadini non Ue mentre «si può prevedere il rimpatrio degli immigrati dopo aver scontato la pena secondo le legislazioni nazionali» ha spiegato Barrot. Le dichiarazioni del commissario (che cadono fra l'altro alla vigilia della discussione all'Europarlamento sulla direttiva rimpatri) sono comunque una chiara critica al decreto italiano sulla sicurezza in aula in questi giorni. Un altro colpo al decreto sicurezza, dopo quello assestato sui numeri dagli economisti de Lavoce.info che hanno condotto un'analisi impietosa rapportando i numeri italiani e quelli europei. Ecco l'analisi tratta da redattoresociale.com .

La vera cifra del pacchetto sicurezza è l'accanimento contro lo straniero. Lo si evince dal percorso verso un diritto penale del comportamento, «che si manifesta appieno nel nuovo reato di ingresso illegale nel territorio dello Stato». E' questa la sintesi estrema di un articolo pubblicato su lavoce.info, a firma Alberto Alessandri (docente di Diritto Penale presso facoltà di Giurisprudenza dell"Università Bocconi di Milano) ed Elena Garavaglia (dottoranda in Diritto dell'Impresa presso la stessa Università Bocconi). In un confronto superficiale con gli altri paesi d'Europa, i due autori notano che le sanzioni per lo più previste sono pene pecuniarie e sanzioni amministrative. Diverse, dunque, da quelle detentive che il governo italiano intende adottare. E che oltretutto si riveleranno un'arma spuntata per l'impossibilità di applicarle.
«Il "pacchetto sicurezza" approvato dal Consiglio dei ministri il 21 maggio si articola in diversi provvedimenti - affermano -. La nozione di "sicurezza" che il legislatore adotta, per identificare il tratto unificante dell'intervento, è molto ampia e disomogenea».
«Prevale l'attenzione al fenomeno dell'immigrazione clandestina - si nota - ma si affiancano interventi sulla guida in stato di ebbrezza, si ampliano i casi di giudizio direttissimo, si rafforzano i poteri dei sindaci, specie in materia di controllo del territorio; si interviene sul sistema delle misure di prevenzione, in particolare sul versante processuale. La "sicurezza" risulta quindi definita più quale "rassicurazione", ovvero un'asserita risposta alle paure diffuse nella popolazione rispetto alla micro-criminalità, quella "da strada", senza un reale filo rosso che possa legare le misure di contenimento dei diversissimi fenomeni considerati. Una serie di provvedimenti tampone, che si innestano sulla legislazione previgente, con più che prevedibili problemi di raccordo. E tutti segnati dalla distribuzione a piene mani di nuovi reati, inasprimenti di pene, restrizione dei poteri discrezionali del giudice. Un esercizio di "legge e ordine", insomma».
Per i due autori, «l'accanimento nei confronti dello straniero è la vera cifra, anche sul piano simbolico e comunicativo, dei provvedimenti. E nella visione di uno Stato che manifesta la sua sovranità nell'esclusione, "straniero" è opposto a cittadino: comprende dunque anche le persone appartenenti a paesi della Unione Europea, anch'essi barbari.
«Questo sotterraneo, inarrestabile percorso verso il diritto penale del "comportamento" - aggiungono - si manifesta appieno nel nuovo reato di "ingresso illegale nel territorio dello Stato", contenuto nel disegno di legge all'articolo 9, e punito con la pena da sei mesi a quattro anni. Si sanziona anche con la revoca dell'autorizzazione chi trasferisce denaro per conto di soggetti "privi di un titolo di soggiorno" (articolo 17). E si punisce ancora chi affitta alloggi a stranieri irregolari (articolo 5 del Dl n. 92/2008). Alle obiezioni si risponde sprezzantemente che anche altri paesi prevedono come reato la condotta di ingresso illegale».
E a tal proposito l'articolo in questione va a vedere proprio cosa succede ai clandestini negli altri paesi. E in questo contesto per gli autori, anche a un raffronto superficiale, i conti non tornano.
«L'inglese Immigration Act del 1971 - ricordano - prevede una serie di condotte che si possono apparentare, in ben diversa articolazione, al nostro caso: ma si prevede solo la pena della multa o l'"imprisonment for not more than six months", mentre pene maggiori sono riservate a chi facilita il transito, la tratta delle persone. La Francia sanziona con la reclusione di un anno e la multa di 3.750 euro la condotta di ingresso e permanenza in assenza dei documenti previsti e stabilisce la possibilità di vietare al condannato l'ingresso e il soggiorno in Francia per una durata non superiore a tre anni. Anche la Spagna, che ha subito un'ondata di immigrazione violenta, con la "‘Ley Organica" 4/2000, e successive modifiche, ha foggiato uno strumento punitivo: ma lo ha fatto impiegando solo sanzioni amministrative e graduando un ventaglio di condotte a seconda della loro gravità . In Germania la normativa sull'immigrazione del 30 luglio 2004 è composta da due atti a seconda della loro applicazione a cittadini di paesi dell'Unione o extracomunitari. Per questi ultimi sono previste pene pecuniarie in alternativa alla reclusione fino a un anno, rispetto a un ventaglio di ipotesi differenziate. La Grecia, con la legge 2910 del 2001, ha previsto un reato per l'introduzione clandestina, ma con una pena alternativa, pecuniaria o detentiva, quest'ultima prevista nella misura di tre mesi nel minimo. E si potrebbe proseguire, trovando puntuali conferme della grave distonia delle norme che ora si progettano».
Distonie che, per gli autori, aumentano considerando l'effettività delle norme. «Nonostante la difficile comparabilità delle statistiche giudiziarie - si afferma -qualche dato è significativo e sembra dimostrare un'applicazione molto limitata della fattispecie di immigrazione clandestina a favore dei provvedimenti di espulsione». In Inghilterra, si ricorda, secondo le statistiche dell'Home Office, nel periodo gennaio - ottobre 2006 sono stati processati davanti a una "Magistrates' Court" 868 soggetti; di questi, 676 individui sono stati dichiarati colpevoli. La normativa inglese è però ricca di fattispecie differenziate e i numeri si riducono notevolmente considerando solo l'ipotesi di "Illegal entry in breach of a deportation order or without leave": 90 persone processate e 71 dichiarate colpevoli.
Per la Germania le statistiche ufficiali del Bundeskriminalamt riportano solo i dati di persone sottoposte a investigazioni per il reato di "Smuggling of foreigns into federal territory" e indicano 3.820 soggetti coinvolti nel 2005. Per la Francia, infine, l'"Annuaire statistique de la Justice" del ministero della Giustizia riporta 4.186 condanne nel 2005; «anche in questo caso però i dati non riguardano solo il reato di immigrazione clandestina ma comprendono diverse altre violazioni», si precisa.
Ma tornando all'Italia, altre perplessità collegate all'introduzione di un reato di ingresso illegale nel territorio dello Stato concernono i costi, sostanziali e processuali, per la concreta applicazione della norma e la sua effettiva portata deterrente. «Basti considerare i numeri relativi ai soggetti clandestini nel nostro paese - si nota -: avere dati ufficiali è sostanzialmente impossibile, ma la stima più recente indica in 760mila la quota di stranieri irregolari presenti sul territorio italiano. Ancora più interessante la valutazione effettuata nella relazione tecnica del disegno di legge n. 733/2008, secondo cui il numero di stranieri entrati illegalmente in Italia nell'anno 2007 ammonta a circa 54.500».
Concludono gli autori: «Il fenomeno dell'immigrazione clandestina, come ha ricordato la Commissione europea, è assai complesso e richiede attenzione e molteplicità di interventi, con informazione, razionalità e "valutazione degli effetti dei provvedimenti", assunti sempre nel pieno rispetto dei diritti umani. Se il governo italiano intende invece dare un segnale, come è stato detto, a parte la sostanziale immoralità e incostituzionalità di usare lo strumento penale, si tratta di un segnale affidato a un'arma spuntata per la pratica impossibilità di applicare la norma, che porterebbe un enorme aggravio del carico processuale; per l'impossibilità di stabilire la data di ingresso, se non in flagranza alla frontiera; per la scriminante dello stato di necessità per chi arriva su barche in pericolo di affondare; e via dicendo. Nel contempo ogni persona percepita come "straniero" diverrà un sospetto criminale».
Redattore sociale

Liberazione 17/06/2008

 

 

Il governo pensa ad ammorbidire le sanzioni

di S. F.

su Il Manifesto del 12/06/2008

«Un'emergenza nazionale». I politici gridano all'orrore, ma è difficile non ravvisare nelle dichiarazioni che ieri hanno seguito la strage sul lavoro a Mineo - come nota Pietro Mercandelli, presidente dell'Associazione nazionale mutilati e invalidi sul lavoro (Anmil) - «le consuete parole di cordoglio e le inutili e beffarde buone intenzioni».
A novembre 2006, 4 lavoratori sono morti a Campello sul Clitumno nell'esplosione della Umbria Olii; a luglio 2007, 5 sono stati i morti per l'esplosione nello stabilimento Molino Cordero di Fossano; a dicembre 2007, i 7 morti della ThyssenKrupp; poi, i 5 di Molfetta. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiede «controlli stringenti per spezzare la drammatica catena di morti sul lavoro». Ma dopo la quinta tragedia sul lavoro nell'arco di un anno (senza contare la silenziosa strage quotidiana dei 'tre morti al giorni') cosa fa la politica, e soprattutto il governo, oltre a parlare e gridare allo scandalo?
Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha convocato un incontro d'urgenza, oggi, con le parti sociali, «perchè diventa sempre più urgente la promozione in Italia di un piano di intensa collaborazione tra le parti sociali e le istituzioni, per diffondere condizioni di sicurezza in tutti i luoghi di lavoro, attraverso investimenti in prevenzione, formazione e informazione». Sacrosanto, non fosse che, magari non oggi, probabilmente domani, si inizierà a anche a discutere del Testo unico sulla sicurezza del lavoro varato dal governo Prodi e che Sacconi ha in più occasioni annunciato di volere riscrivere. Obiettivo: ammorbidire un apparato sanzionatorio che era già stato frutto di un compromesso e che alle imprese mai è piaciuto. A ricordarlo è Guglielmo Epifani, segretario generale Cgil, parlando di «una giornata di lutto indegna, di fronte alla quale occorre impegnarsi per dare piena attuazione alle nuove norme sulla salute e sicurezza nel posto di lavoro, invece di continuare a rimetterle in discussione come sembra volere fare il governo». «Il sistema sanzionatorio da solo non risolverà il problema - aggiunge Epifani - ma costituisce un deterrente». Raffaele Bonanni (Cisl) tace sul punto, e invita «il paese a ribellarsi». Per Luigi Angeletti (Uil) bisogna «riorganizzare l'economia e luoghi produttivi più piccoli articolandoli nel territorio e creare una modalità orizzontale che favorisca l'incontro tra il sindacato e le persone». Giorgio Cremaschi, segretario nazionale Cgil, parla di «una nuova ThyssenKrupp che richiede una risposta senza precedenti da parte di tutto il mondo sindacale». Di «una tragedia orribile» parlano tutti, dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi in giù, ai presidenti di Camera e Senato, fino al leader del governo ombra, Walter Veltroni. Antonio Boccuzzi, sopravvissuto alla strage ThyssenKrupp, oggi parlamentare Pd, è pressochè isolato (in parlamento) nel chiedere l'applicazione del Testo su salute e sicurezza varato dal precedente governo. «Ancora una volta tutti spendono parole di esecrazione e di condanna - denuncia ancora Mercandelli - Ma il sindacato, gli imprenditori e il governo dove sono?».

 

60 ore. E anche di più

di Sara Farolfi

su Il Manifesto del 11/06/2008

In arrivo la nuova normativa sull'orario di lavoro settimanale

L'ennesimo colpo di piccone ai diritti sociali in Europa. I ministri del lavoro dei 27 Stati europei hanno raggiunto un accordo, ieri, sulla direttiva europea sull'orario di lavoro. Licenziando un testo (che ora sarà sottoposto al parlamento europeo) che decreta la fine delle 48 ore settimanali - conquistate dall'Organizzazione internazionale dei lavoratori nel 1917 - e spalanca la porta a settimane lavorative di 60, persino 65 ore.
Ha vinto, di fatto, la linea a lungo perseguita dalla Gran Bretagna, la cui legislazione dal 1993 prevede la possibilità di avvalersi del diritto di opting out, attraverso cui singoli lavoratori e imprese possono sottoscrivere 'liberi' accordi (con quali rapporti di forza è facilmente immaginabile) per modificare l'orario di lavoro. Con la decisione di ieri, l'opting out diventa norma generale per tutti gli stati membri. I negoziati per aumentare l'orario di lavoro settimanale erano in corso da qualche anno. Al blocco capitanato dal Regno Unito (e sostenuto anche dalla Germania e della maggior parte dei nuovi stati membri) si è sempre opposto quello costituito da Francia, Spagna e Italia (in compagnia di Grecia, Cipro, Belgio e Lussemburgo). Con l'avvento di Berlusconi, l'Italia ha di fatto abbandonato il fronte della difesa dei diritti sociali, mentre Sarkozy in Francia ha fatto dell'orario di lavoro una merce di scambio il collega britannico Gordon Brown: la Francia avrebbe approvato l'allungamento dell'orario di lavoro, qualora la Gran Bretagna avesse accettato la parificazione dei diritti per i lavoratori interinali. E così ieri è andata. I ministri dei 27 Stati hanno approvato infatti una seconda direttiva, che decreta parità di trattamento (su salario, congedo e maternità) tra lavoratori 'in affitto' e dipendenti. Fatta salva comunque la possibilità di deroghe, qualora vi sia un accordo in tal senso con le parti sociali (come già accade in Gran Bretagna).
Le due direttive sono state approvate a maggioranza qualificata, con la contrarietà di cinque paesi (Spagna, Belgio, Grecia, Ungheria e Cipro). Ora dovranno passare al vaglio del parlamento europeo, traghettato dalla presidenza slovena a quella francese. La commissione europea applaude, mentre la Confederazione dei sindacati europei (Ces) parla di un «accordo inaccettabile, su cui daremo battaglia al Parlamento europeo», pur apprezzando la direttiva sugli interinali. E non si è fatto attendere il commento del nostro ministro, Maurizio Sacconi, che anche ieri è tornato a parlare della necessità di una «chirurgica deregulation del mercato del lavoro»: «Ora è importante che il parlamento europeo possa ratificare rapidamente questo accordo e che esso trovi poi rapida attuazione nella legislazione dei singoli paesi membri».
Con la nuova direttiva, gli Stati membri potranno modificare la propria legislazione per consentire ai singoli lavoratori di sottoscrivere accordi individuali in materia di orario di lavoro con i propri datori di lavoro. Un colpo di piccone alla contrattazione dunque, e un'incentivo netto ai rapporti di lavoro individualizzati. L'orario di lavoro potrà arrivare fino a 60 ore settimanali, 65 per alcuni lavoratori, come i medici. E il numero di ore viene considerato come media, che significa che la settimana lavorativa potrà arrivare a 78 ore.
Ma non è tutto. Perchè la direttiva riscrive anche il cosiddetto «servizio di guardia», il periodo cioè durante il quale il lavoratore è obbligato a tenersi a disposizione, sul proprio luogo di lavoro, in attesa di essere chiamato. Fino ad ora questo periodo (che può essere di svariate ore) era considerato tempo di lavoro, dunque retribuito. I ministri europei hanno deciso invece che, per esempio, stare al Pronto soccorso di guardia senza essere chiamati non sarà più lavoro retribuito. Massimo Cozza, segretario nazionale Cgil medici, lancia l'allarme. Ma su questo Sacconi ha rassicurato: «In Italia la parte inattiva del turno di guardia resterà orario di lavoro».

 

Ue, sfruttamento dei lavoratori oltre le quarantotto ore. Ma così la vita è sotto sequestro

Flessibilità dell'orario, contrattazione individuale, fine di una stagione dei diritti 

Roberto Musacchio*
«Se 60 ore (ma anche 65 e 75) a settimana vi sembrano poche provate voi a lavorare»: si potrebbe modificare così la celebre canzone sulle otto ore giornaliere dopo le decisioni del Consiglio occupazione Ue.
L'accordo è pessimo e pesantissimo. La presidenza slovena ha cercato di mascherarne i contenuti con una dichiarazione reticente, ma i testi sono chiari e durissimi. La vicenda della regolamentazione dell'orario, dopo due anni di fermo per i contrasti intervenuti con il Parlamento e fra gli Stati, si sblocca nel peggiore dei modi. In sostanza la flessibilizzazione dell'orario è totale. Le 48 ore divengono media annua calcolabile con settimane di 60 ore portabili a 65 si con tempi di attesa e addirittura a 75 se con scelte individuali regolate da accordi collettivi. Se prima si diceva che lo sfondamento dell'orario previsto poteva avvenire solo per accordi collettivi, ora in assenza di essi le scelte individuali sono in pratica sempre possibili.
Se facciamo un po' di storia passata della vicenda, capiamo che nei fatti si arriva al peggio. Tutto il tema orario è compromesso dalla direttiva sull'orario giornaliero, che prevede fino a 13 ore di lavoro continuative (11 di riposo). In Europa ci sono aeree, come quella anglosassone, dove è consolidata la pratica dell'opt out, cioè della possibilità di deroghe individuali agli accordi collettivi. Modello di riferimento anche per molti paesi dell'Est. Contro l'opt out si è pronunciato più volte il Parlamento europeo chiedendone il superamento.
Ci sono poi state sentenze della Corte di Giustizia europea sul tempo inattivo di lavoro (ad esempio la guardia medica) e sul suo criterio di calcolo. Anche su questa base si è arrivati all'idea di una nuova direttiva orario. La base di partenza è stata allora, tre anni fa, una sorta di scambio tra superamento dell'opt out e annualizzazione (contrattata, forse) dell'orario. Noi ci battemmo contro questo scambio per contrastare la flessibilizzazione insita nell'annualizzazione (conteggio annuale). Quando si arrivò al Consiglio europeo ci si accorse che lo scambio in realtà non c'era in quanto si voleva e l'opt out e l'annualizzazione. La direttiva fu bloccata anche dall'azione del Governo Prodi, in questo caso positiva.
Ora si è voluti ripartire, al peggio. Forti anche delle recenti sentenze della Corte di Giustizia (come il caso Laval) sul non valore generale dei contratti collettivi, la somma tra opt out e annualizzazione si realizza nei fatti con una fortissima tendenza all'individualizzazione dell'orario. Non più il contratto che regola le deroghe, ma il contratto come, parziale, contenimento di una deregolamentazione che è norma. Continua così lo smantellamento nei fatti del diritto collettivo del lavoro permesso dal Trattato e reso esigibile dalle sentenze della Corte di Giustizia. Si può pure continuare ad affermare il valore dei sindacati e delle tutele collettive, ma nei fatti il lavoro è reso sempre più variabile dipendente e individualizzata della logica d'impresa. Il tutto mentre il dumping continua ad imperversare nell'Europa allargata e quando il sindacato pone la questione salari la Banca europea risponde "niet" indicando come priorità la lotta all'inflazione. Facile capire come con questo attacco alle funzioni stesse del lavoro le sinistre siano in così grande difficoltà in questa Europa. E facile capire cosa avverrà in Italia con il Governo che ha appoggiato pienamente la nuova direttiva, forte anche del rapporto fra straordinari, defiscalizzazione e salario realizzatosi in questa fase anche con il precedente Governo e il sostegno dei sindacati. Non sarebbe l'ora di reagire?
* Europarlamentare Prc

Liberazione 12/06/2008

 

Nato: pronti al raid su Kandahar. L'Italia offre i suoi Tornado

Migliaia di civili in fuga nell'Afghanistan meridionale dove le truppe Nato preparano l'assalto. Il minstro degli Esteri italiano Frattini conferma la volontà di impiego delle forze aeree italiane



di Anubi D'Avossa Lussurgiu

Così come non ha titolo che per poche ore la notizia della strage di migranti nel mare nostrum - figurarsi la notizia che gli annegati sono stati 10mila in un anno - così le notizie di guerra guerreggiata non hanno titolo nemmeno per un minuto. Anche se a combatterla ci stiamo andando noi: addirittura coi bombardieri. E' questo il caso dell'Afghanistan, alfa e omega della guerra globale duratura che George W. Bush lascia in eredità. Negli ultimi giorni la continua pressione dei contingenti Usa e dei più stretti alleati, come i britannici, ha nelle regioni meridionali trovato una replica virulenta. I Taleban hanno inflitto uno dei più pesanti colpi con l'eclatante "svuotamento" del carcere di Kandahar, liberando centinaia dei loro. E nelle ultime ore hanno continuato ad avanzare in tutta la regione, conquistando decine di villaggi nel distretto di Arghandab. Là, un nuovo esodo di migliaia di civili è cominciato. Il mullah talebano Daoud ha fatto sapere che la manovra mira a «prendere una città importante come Kandahar». E la Nato, cui è in carico la missione Isaf che formalmente gestisce anche le truppe di "Enduring Freedom" su quel sanguinoso fronte ma in realtà ne è gestita, annuncia raid aerei intorno e su Kandahar. C'è solo una novità: che stavolta potrebbe essere il turno dei nostri Tornado. Come aveva fatto capire il ministro Frattini una settimana fa, in audizione parlamentare ufficiale. Nel silenzio generale.

Vediamo cosa succede, o almeno cosa trapela di quel che succede, intorno a Kandahar. Gli stati maggiori militari afghani, quelli del governo "legittimo" di Amid Karzai, hanno fatto sapere ieri d'aver aerotrasportato 300 uomini sulla città capoluogo del Sudest, dopo altri in numero imprecisato già inviati lunedì. Significa, questa notizia d'un vero e proprio ponte aereo militare su Kandahar, due cose: la prima è che i contingenti Usa ma soprattutto britannici, australiani e olandesi dispegati in quelle zone non ce la fanno più a sostenere l'urto della controffensiva dei Taliban; la seconda è che la minaccia contenuta da Daoud, «prendere un'importante città come Kandahar», ha uno spessore concreto agli occhi degli avversari, al punto da rinfoltire in tutta fretta il presidio della città.

Ma l'assedio alla città-chiave del meridione afghano e dunque della faglia strategica afghano-pakistana e infine del principale canale economico, quello del traffico d'armi e oppio, è già cominciato. La Bbc in lingua pashtun e gli stessi ufficiali afghani rendono noto che i Taliban hanno fatto saltare già dei ponti, per la precisione tre, minandone diversi altri. E il ponte aereo mostra che la manovra sul distretto di Arghandab è riuscita almeno nello spezzare i collegamenti terrestri delle truppe del fronte Sud, che sono il grosso di tutte quelle della coalizione occidentale in Afghanistan. A questo si aggiunge il fronte della guerra psicologica: non solo con il "colpo" dell'assalto al carcere e dell'evasione di quasi mezzo migliaio di militanti Taliban, ma la notizia incontrollata che proprio loro starebbero già combattendo in questa stessa offensiva su Arghandab. Così come l'evento ben concreto dell'attacco su Laskhar-gah, altro snodo decisivo e in asse proprio con Kandahar, effettuato sabato mettendo a segno l'uccisione del generale governativo Toorjun, a capo del distretto di Nadè Ali.

Si tratta di nient'altro che della scena definitiva del fallimento dei piani Nato in Afghanistan. La «fine del lavoro» in Afghanistan si giocava, nella propaganda di Washington seguita docilmente dall'Alleanza Atlantica, quasi tutta nell'offensiva nel Sud, che doveva durare la primavera del 2007 e che s'è impantanata per oltre un anno, fino a capovolgersi come si vede adesso. Le operazioni misteriose sulle montagne di confine con il Pakistan, nell'Est afghano, sono state definitivamente derubricate a rango secondario, in questa messa in scena, dopo lo spostamento del mitico "covo" di Osama Bin Laden (o del suo fantasma) nientemeno che sul Tetto del Mondo, fra le pendici del K2, nel nordico Pamir pakistano. E ora a Kandahar rischia di crollare l'ultimo proscenio.

E' questo che spiega
le mosse degli "alleati" nelle ultime ore. Come l'aver mandato elicotteri sui villaggi prossimi all'avanzata talebana, con altoparlanti da cui gli abitanti sono stati invitati alla fuga. Con la promessa di «rifugio» proprio a Kandahar. Gli elicotteri erano quelli britannici e tutto ciò ricorda tetramente ciò che fece Gordon Pascià a Karthoum, prima che il Mahdi sudanese sterminasse la popolazione di residenti e di profughi che vi era rimasta sotto la "protezione" dell'inglese, la cui testa finì ad essiccare sulle mura. Oggi però quel che fu l'Impero di Sua Maestà la Regina e soprattutto il suo grande quanto improvvido erede, cacciatosi proprio nel pasticcio afghano del Grande Gioco kiplinghiano, dispongono di altri mezzi che l'invio di truppe di soccorso d'oltremare e le annesse lungaggini degli stati maggiori. Hanno invece a disposizione la minaccia della distruzione totale, rapida e senza troppi prezzi umani, per sé. Ossia il bombardamento a tappeto, dall'aria. E' appunto quanto quegli altoparlanti degli elicotteri britannici hanno annunciato ai terrorizzati pastori e braccianti di Arghandab. E non c'è alcun azzardo nel prevedere sin d'ora che, vista la difficoltà dell'esodo di massa dei 150mila abitanti dopo la presa dei ponti da parte dei Taliban, i tristi bilanci degli "effetti collaterali" dei raid occidentali collezionati sin d'ora potrebbero impallidire di fronte alle vittime civili di quelli adesso promessi.


Non servirà nemmeno
questo ed un leader tribale come Haji Ikramatullah Khan ricorda che gli stessi sovietici non riuscirono mai ad occupare stabilmente quel distretto, pur bombardandolo. Ma è proprio in quest'inutile strage che potrebbe trovare nuovo "ruolo" l'Italia: come ha detto Frattini ancora ieri, pronta «se ci sarà una richiesta della Nato» ad «un impiego delle forze aeree per la copertura dello spazio territoriale attualmente coperto dalle forze aeree tedesche». Che le coprono con i bombardieri Tornado, come Tornado sono i velivoli annunciati per questo "avvicendamento" dal ministro degli Esteri già la settimana scorsa. E la verità è che i Tornado tedeschi, da mesi, sono stati impiegati anche sul Sud. Su Kandahar. Perché non gli italiani? Si può giurare che quella «richiesta» Nato arriverà.


(Liberazione, 18 Giugno 2008
)

 

 L'opposizione c'è, in piazza.Assenti sono"i politici". Ma lì comincia un'altra politica

Riflessioni sull'(in)utilità
Anubi D'Avossa Lussurgiu
Sì, è vero: non c'è due senza tre. Mai come in questo caso, però, la terza volta stabilisce una norma, certo temporale ma che definisce un senso della realtà. A Chiaiano, Napoli, la prima volta. Al grande Pride romano, la seconda. Ieri di nuovo nella capitale, la terza: con la ben più che riuscita manifestazione dell'«altra Roma» dei movimenti e con un peso specifico dei numeri se possibile maggiore, perché si tratta di movimenti molto caratterizzati quanto a "radicalità". Ecco il senso: un'opposizione reale, nella società, in questo Paese c'è. Non un'opposizione potenziale, "da suscitare" quando - e se - risulterà almeno "elaborato" il trauma politico di aprile. No: è un'opposizione che si manifesta attivamente, da sola e da subito. Diversificata, cioè fatta di percorsi diversi e su diversi piani. Con elementi ricorrenti, però.
Primo: tutti questi "eventi" d'opposizione sono già un passo oltre quel "trauma" del nuovo quadro politico. In tutta evidenza, ne sono mossi: Chiaiano dall'annuncio di militarizzazione dello scontro, il Pride dalla piattaforma delle destre di governo di aperta negazione dei nuovi diritti e di attacco agli strumenti di diritto disponibili all'autodeterminazione, la piazza romana di ieri dall'arrivo del "pacchetto sicurezza" e dall'incalzare del neo-sindaco Alemanno. Ma questi "eventi" al "trauma" rispondono con una prima, comune, affermazione: non abbiamo paura. Non dobbiamo averla, pena la ratifica della sconfitta nella materialità delle nostre vive vite, ancora una volta. E deteniamo la forza e le ragioni per potere non averla.
Secondo: anche quanto a "piattaforme", queste manifestazioni e soggettività d'opposizione esibiscono delle costanti. Si percepiscono, anzitutto, come protagoniste di battaglie di libertà; e con ciò indicano quel che è a rischio nella risposta restauratrice alla crisi attuale della democrazia e della coesione sociale. Inoltre non si tengono "fuori" ma anzi rilanciano la sfida della "decisione politica": opponendo alla legalità dell'autoritarismo la legittimità del conflitto e un'ambizione d'autogoverno. Infine, tengono tutte a sottolineare il proprio carattere opposto alla parodia d'opposizione che vive nelle istituzioni e che incarna invece il governo allargato della restaurazione. Piuttosto, rappresentano (insieme a ciò che deve ancora manifestarsi come, essenziale, il nuovo ciclo di lotte del salariato che verrà) il solo fattore che può metterla in crisi.
Terzo, che prima o poi bisognava pur dire: tutti questi episodi vedono l'assenza della sinistra "politica", quella esclusa dal Parlamento, quella dei partiti. Prc compreso. Non se ne avranno a male le compagne e i compagni dirigenti e militanti che c'erano, di qualsiasi posizione "interna": sono tutte e tutti intelligenti e sanno che c'erano loro ma non c'era "corpo" collettivo sufficiente e necessario. Allora, capiamolo: la «necessità» del soggetto politico organizzato in partito, che sia quello presente o da costruire, che proponga costituenti o federazioni, è tutta da dimostrare. Ad ora è indimostrata e inerte, quanto all'opposizione che pure c'è. E se politica, soggettività, "elementi di programma" stessero altrove? In queste agorà di salariati e non, di donne e d'uomini, d'indigeni e di migranti? Meditare...

 

L'esercito nelle città e l'inizio del controllo sociale

di Marco Sferini

su redazione del 16/06/2008

www.lanternerosse.it

C’è un limite invalicabile per uno Stato che si vuole definire “democratico”: è il limite che separa la gestione dal controllo. Il governo Berlusconi ha volutamente smarrito questo crinale, questo spartiacque delle regole che dovrebbero uniformare la vita di noi tutti ai princìpi costituzionali. La decisione di schierare l’esercito nelle città per contrastare la criminalità e, quindi, fare fronte a quella “emergenza – sicurezza” che viene propinata quotidianamente da giornali e televisioni come l’unica vera preoccupazione degli italiani, è una decisione che apre la strada ad ulteriori inasprimenti sul versante, per l’appunto, del controllo dei cittadini e non della loro gestione.
Prescindendo dal mio personale brivido libertario, per cui anche il termine “gestione”, associato alla vita di ciascuno di noi, mi risulta intollerabile, credo sia opportuno vedere le differenze che vi sono tra uno Stato che cerca di mettersi al servizio dei cittadini e uno che, invece, propende per una differente amministrazione del sociale e, quindi, anche in merito all’ “ordine pubblico”. 2.500 uomini, dice il ministro La Russa, e per “soli sei mesi”.
Saranno pochi gli uomini e anche i mesi, sarà pure una procedura di sperimentazione, ma resta il fatto che il governo Berlusconi ha deciso di affrontare con una politica di polizia militare quegli allarmismi ad arte creati che sono il merito di discussione dei salotti di Bruno Vespa e di Enrico Mentana.
Ancora qualche giorno fa si celebrava nuovamente a “Matrix” il signore del Pigneto che ha sfasciato le vetrine di un locale, che – conoscendo ormai bene la vicenda in tutti i suoi aspetti – poteva essere risparmiato. Quel gesto, idolatrato come esempio di “giustizia fai da te”, non rimane isolato se la risposta di un governo è quella di inviare l’esercito a pattugliare le strade e le piazze delle città per scongiurare furti, scippi, stupri e quanto di altro.
Eppure le statistiche dicono che dal 1995 ad oggi gli omicidi sono diminuti e che, se un tempo erano circa 2.000 all’anno, oggi sono considerevolmente scesi a 600 – 700 sempre nel corso dei 365 giorni. Come si può ben vedere in questi giorni, il “pericolo rom” è una vera e propria campagna di mistificazione criminale che vuole etichettare un gruppo di persone, un popolo, come coloro che alimentano la delinquenza di piccolo cabotaggio, soprattutto il borseggio e l’accattonaggio e che, nel vivere in baracche fatiscenti, non possono – seguendo una perversa logica razzista e nutrita dal pressapochismo del pregiudizio – non essere atti a commettere dei reati. Come potrebbe essere altrimenti?
Tacciare i rom di una predisposizione genetica alla reicità è giusto se si vuole con ostinazione dimostrare che gli italiani, invece, sono bravi, bravi e ancora bravi. Eppure non è così. Pochi giorni fa un italiano, un trentenne, ha stuprato una ragazzina africana, ma i giornali e le tv che si ispirano al pensiero politico e alla condotta morale della attuale presidenza del Consiglio dei Ministri non hanno fatto titoli da prima pagina, a nove colonne con foto raccapriccianti. Hanno speso poche parole in qualche “breve”, nelle pagine interne.
E’ questo il razzismo vero, quello ideologico, quello che poi seduce il campo della disperazione dei moderni proletari che campano con lavori saltuari, che imprecano contro gli stranieri e che votano la Lega Nord perché alla disperazione loro offre ricette dirompenti, che non lasciano nulla all’analisi dei fenomeni sociali, ma che si dirigono come dei tir impazziti a tutta birra contro il presunto colpevole: e meglio ancora se è clandestino, anche solamente immigrato.
L’esercito nelle città italiane non servirà veramenta a niente. Non si controlla il territorio con la sua militarizzazione. Un territorio dove ci sono i militari è un territorio, di solito, dove c’è una guerra o dove c’è appena stato un colpo di stato e, pertanto, è “normale” assistere a scene di camionette con i fucili puntati addosso alla gente che passa per strada e che è tenuta sotto la mira costante di chi ha paura della ribellione, della sommossa, del disordine.
Non importa che siano 2.500 o 10.000, non importa che sia solo per sei mesi o che sia invece per un anno. Importa che la politica del governo è improntata sull’utilizzo della forza contro la forza e non fa un benchè minimo sforzo di interlocuzione con quelle problematiche sociali che invece vanno esplorate, disarticolate e analizzate nel loro più microscopico “particulare”.
Il Cavaliere nero di Arcore può anche ritenere opportuno utilizzare l’esercito per difendere gli italiani. Ma la domanda che ci viene immediata, dopo questa considerazione, è: difenderli da chi, da cosa? Se è per difenderli dai comuni reati che vengono commessi, ebbene bastano le leggi che già esistono e che – a ben vedere – non sono neanche tenere se si passano in rassegna le normative sui migranti (la vergogna della “Bossi-Fini” è ancora lì che aspetta… e non spera… di essere abrogata). Ma questo ennesimo atto di forza della politica verso la società completa le ordinanze dei sindaci democratici che si comportano come i peggiori sceriffi della California del dopoguerra civile americano. Cofferati, Domenici, Chiamparino, per citarne alcuni, hanno sdoganato anche nel campo “non di destra” (perché definirlo di sinistra sarebbe veramente falsare il significato abusato e latamente esteso della parola) il giustizialismo e la moda negativa del controllo e della repressione dal sapore preventivo.
Se anche all’esercito vengono consegnati incarichi di polizia e si permette alle forze armate di avere il potere dell’arresto e del fermo, ecco che la temporalità corta e il numero di militari impiegati viene veramente ad essere secondario come aspetto di una misura che si pretenderebbe non essere, per questo, coercitiva della libertà personale.
In sessantadue anni di vita della Repubblica, è la prima volta che l’esercito viene impiegato con poteri di polizia. Licio Gelli ne sarà probabilmente molto contento, visto che questo clima sociale e politico assomiglia sempre più al suo “Piano di rinascita democratica”, dove si contemplava nei mezzi di informazione il centro di un potere quasi assoluto sulla società.
Dunque, questo sparpagliare l’esercito nelle città dello Stivale è un atto che consideriamo grave, che oltrepassa i confini della tutela della libertà dei cittadini, che la limita e che entra in contrasto con i dettami costituzionali. Un intervento del Capo dello Stato sarebbe opportuno, considerando che Napolitano è egli stesso il capo delle Forze Armate e che, quindi può disporre in merito del loro utilizzo.
Sarebbe opportuno, abbiamo scritto. Perché ne nascerebbe certamente un conflitto fra poteri dello Stato e non c’è bisogno di un braccio di ferro tra Palazzo Chigi e il Quirinale. Del resto, se la situazione andasse peggiorando e le tentazioni securitarie si dirigessero verso una escalation inarrestabile, qualcuno dovrà intervenire e richiamare il governo al rispetto della Costituzione che dà alle Forze Armate solo il compito di difendere la Nazione da nemici esterni che la attacchino.
E non sembrano davvero sufficienti le motivazioni di un attacco “interno”, messo in piedi dalla tanto sbandierata “emergenza sicurezza”, per giustificare e ammettere l’occupazione militare di Roma, Firenze, Torino, Napoli, Milano e Palermo.
La Repubblica Italiana non è tutto questo, ma è quella che è scritta nella Costituzione, così tanto accarezzata proprio da chi, in queste ore, la sta ulteriormente calpestando.

 

 

L'Europa decide:«Saremo feroci e razzisti...»

Approvata dal Parlamento europeo la direttiva anti-immigrati. Fino ad un anno e mezzo nelle prigioni amministrative. Bambini inclusi. Rimpatri coatti anche nei Paesi terzi come la Libia e il Marocco, senza garanzie per i diritti umani.
Il partito socialista si spacca, la Chiesa insorge

Non sono bastate le foto scattate nel girone infernale dei centri di permanenza temporanea, distribuite dagli europarlamentari della sinistra rossoverde ai colleghi prima della plenaria. Foto come quelle delle galere per stranieri di Malta, 18 mesi di detenzione senza poter contattare un medico o un avvocato, quasi nulla la distinzione tra migranti e richiedenti asilo, una saponetta al mese e il rancio da consumare con le mani in bacinelle per il bucato.
Non sono nemmeno bastati gli appelli di una cinquantina di capi di Stato tra cui il presidente boliviano Evo Morales, e neppure gli appelli di Amnesty International, di vari organismi dell'Onu come l'Alto commissariato per i rifugiati e la petizione firmata da intellettuali e artisti europei, insieme con quella di centinaia di ong e la lettera accorata delle madri di Plaza de Mayo.
Il Parlamento di Strasburgo ha tirato dritto approvando in prima lettura la direttiva rimpatri che inasprisce la condizione degli stranieri extra-Ue senza documenti, attualmente 8 milioni, sancendo il prolungamento della detenzione nei Cie (ex Cpt) fino a 18 mesi per i migranti trovati irregolari che non siano tornati volontariamente in patria entro 30 giorni, la possibilità di espellere i minori stranieri non accompagnati e non identificabili, l'opzione di rimpatriare i sans papier nei Paesi di transito, il divieto di reingresso per 5 anni, la restrizione dei casi nei quali l'espulso può chiedere ricorso con patrocinio gratuito.
Un giro di vite senza precedenti nella politica europea sull'immigrazione.
Ora gli Stati membri avranno due anni di tempo per recepire la normativa, ad eccezione di Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca che si sono tenute ai margini grazie alla clausola dell' opt-out , e d'altronde nei tre Stati la permanenza nei Cie è illimitata.
Tuttavia, proprio su quella che le sinistre europee hanno ribattezzato "la direttiva della vergogna", l'Europa si spacca. Se la direttiva ha ottenuto il voto convinto dei Popolari e della destra Uen, di cui fanno parte An e Lega, è altrettanto vero che alcuni Liberaldemocratici come i radicali Cappato e Pannella hanno votato contro. I socialisti del Pse si sono ritrovati a macchia di leopardo: gli eurodeputati del Pd si sono astenuti ad eccezione del "no" di Guido Sacconi, così come la Sinistra Democratica di Claudio Fava; "sì" convinto, invece, dai socialisti tedeschi e spagnoli.
L'astensione del Pd non dovrebbe stupire: in fondo la trattativa per la direttiva, cominciata nel 2005, era stata condotta per l'Italia da Giuliano Amato, ministro di Prodi. Ora gli europarlamentari di Veltroni spiegano di aver assunto una posizione più morbida rispetto al voto contrario in quanto i governi europei hanno promesso di non adottare norme più severe rispetto a quelle in vigore e di assumere gli aspetti migliorativi della direttiva, specialmente riguardo al diritto dei minori.
La Sinistra Europea, all'interno della quale si trovano Rifondazione e Pdci, sperava di far passare degli emendamenti per scongiurare l'approvazione in prima lettura. E naturalmente ha votato contro. Invano.
«Una delle pagine più buie della storia europea» commenta amaramente l'europarlamentare Giusto Catania (Prc). «Da oggi», prosegue, «l'Europa non è più la patria dei diritti umani». Vittorio Agnoletto parla di «un'Europa senz'anima dove trionfano razzismo e segregazione».
La direttiva scavalca numerosi strumenti giuridici a protezione dei migranti, a partire dai minorenni ora espellibili dopo un periodo di detenzione nei Cie nel caso non sia possibile dare loro un nome, un cognome e una nazionalità. Un problema specialmente spagnolo - ed ecco uno dei probabili motivi per cui gli europarlamentari di Zapatero hanno votato la direttiva: migliaia di ragazzini maghrebini arrivano in Spagna illegalmente nascondendosi nei cargo o aggrappandosi sotto i camion.
In Italia ad oggi è vietato rinchiudere i minorenni nei centri di identificazione, e difatti il responsabile Arci per l'immigrazione Filippo Miraglia sottolinea che la nuova norma «viola trattati e convenzioni internazionali come la convenzione per i diritti del fanciullo», particolare denunciato anche da Save the Children . Proprio Amnesty, che ieri si è detta «molto amareggiata» per il voto di Strasburgo, aveva pubblicato un allarmante rapporto sulle illegalità invisibili nella detenzione di ragazzini all'inter