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Fulvio Vassallo Paleologo*
Ancora una tragedia del mare, a sud di Malta, frutto delle politiche di sbarramento e delle azioni di contrasto dell'immigrazione clandestina, con il pattugliamento avviato nel Canale di Sicilia dall'Agenzia Frontex il 18 maggio. Rimane l'incapacità dei paesi europei di stabilire regole certe nei rapporti con i paesi di transito in modo da garantire il diritto di asilo ed i diritti fondamentali della persona. Manca una qualsiasi collaborazione a livello europeo nella distribuzione degli oneri derivanti dall'accoglienza di alcune migliaia di migranti, in gran parte richiedenti asilo, ed il cinismo dei rappresentanti della destra italiana giunge fino al punto di oltraggiare i cadaveri delle vittime di queste stragi, promuovendo iniziative farsesche, demagogiche e apertamente provocatorie. Fino a quando l'opinione pubblica continuerà a tollerare tutto questo?
Mentre l'attenzione dei media è tutta incentrata sulla criminalizzazione dei migranti irregolari e sull'introduzione del reato di immigrazione clandestina, non si percepisce quanto le misure annunciate dai governanti italiani siano prive di qualsiasi effetto dissuasivo e, come i pattugliamenti congiunti in acque internazionali, finiscano solo per determinare altre tragedie ed altri lutti. Le rotte sono sempre più pericolose, per sfuggire ai controlli, oltre che su Lampedusa si punta verso Malta, le imbarcazioni più piccole ed insicure, gli scafisti , con la complicità della polizia di Gheddafi, lasciano partire dalla Libia mezzi "a perdere", senza neppure rischiare la vita, mentre alcuni magistrati e la polizia italiana non trovano di meglio che perseguire i poveracci che sono stati fotografati mentre si alternavano al timone.
La sanzione penale degli interventi di salvataggio ritarda gli equipaggi dei pescherecci di fronte alle chiamate di soccorso, e regole di ingaggio del tutto arbitrarie e contrarie alle Convenzioni internazionali, costringono i mezzi della marina italiana ad intervenire in acque che non sarebbero di loro competenza, qualche volta troppo tardi. Ed intanto si allunga la lista dei morti che sono solo una piccola parte dei dispersi e delle vittime delle tante tragedie che rimangono senza neppure una cronaca. E neppure il diritto all'esame del Dna per dare una identità alle vittime, mentre in Italia si vorrebbe introdurre questo esame al solo scopo di scoraggiare i ricongiungimenti familiari.
La violazione dei diritti umani dei migranti passa anche attraverso gli accordi di riammissione. Dal 1999 l'Italia cerca di concludere un accordo di riammissione con la Libia, anche se si tratterebbe di "deportazioni" vere e proprie in quanto la quasi totalità dei migranti irregolari che giungono in Italia dalla Libia non sono cittadini libici ed una buona parte di loro, come dovrebbe ricordare anche il sottosegretario Mantovano, ottiene il riconoscimento di uno status di protezione internazionale. Come è noto, la Libia non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra e non riconosce il diritto di asilo o altre forme di protezione internazionale. Eppure il precedente governo Berlusconi realizzò dall'ottobre del 2004 al marzo del 2005 la deportazione di un migliaio di migranti, direttamente da Lampedusa verso la Libia, finanziando sino alla fine del 2005 migliaia di rimpatri dalla Libia verso i paesi di origine, prassi interrotte solo davanti alla minaccia di una condanna da parte della Corte Europea dei diritti dell'uomo.
Adesso Gheddafi pretende che l'Europa e l'Italia onorino le promesse di finanziamento e nell'attesa che il Parlamento Europeo approvi la direttiva sui rimpatri sta facendo partire migliaia di persone, abbandonandole al loro destino in mare, proprio per ricattare i governi europei. La proposta di Sarkozy, impegnato per una Unione euromediterranea, che dovrebbe servire a coinvolgere i paesi di transito nella guerra all'immigrazione "illegale", ha già ricevuto un secco no da parte della Libia e questo potrebbe anche spiegare l'intensificarsi dei tentativi di sbarco verso Malta e Lampedusa, Nessuno si accorge che le principali vittime di queste politiche di militarizzazione dei controlli di frontiera sono i richiedenti asilo, come i Somali annegati ieri a Malta, tra i quali un numero crescente di donne e minori, e in Italia sembra ancora prevalere la convinz
L'umanità negata
di Valentino Parlato
su Il Manifesto del 17/06/2008
Quaranta cadaveri e un centinaio di dispersi, che non troveremo mai, nel mare di Sicilia. Persone, esseri umani, che fuggono dai loro paesi, raggiungono la costa meridionale del Mediterraneo. È una storia di sterminio di massa che si ripete e continuerà. Di chi è la responsabilità di questa strage continua? Nostra, della nostra globalizzazione aperta a tutti i movimenti di capitali, ma chiusa - fino all'omicidio di massa - alle persone, a quelli che non riescono a vivere nei loro paesi e a rischio di morte tentano di sbarcare nel nostro mondo ricco e benestante. Magari solo per mendicare, ma in un paese ricco la mendicità può dare da vivere.
È una tragedia, ma essendo una tragedia di poveracci non diventa mai un nostro problema. Al massimo si cerca di eludere il problema con più vigilanza, con sbarramenti di motovedette e guardie.
Questi disperati migranti non c'erano un tempo o il fenomeno era meno rilevante. Oggi queste popolazioni sono più povere, alla disperazione, perché nei loro paesi la popolazione è cresciuta e perché le loro produzioni sono state distrutte dalla nostra crescita di produttività. Perché la nostra globalizzazione è stata quella dei paesi benestanti, quasi il club dei signori. E - va detto - nei nostri paesi benestanti la globalizzazione finanziaria e mercantile ha accresciuto il distacco tra poveri e ricchi. E i nostri poveri, quelli che lavorano a salario a tempo determinato, o in nero, temono l'arrivo di altri poveri, ancora più poveri e più disposti a lasciarsi sfruttare per un tozzo di pane.
Gli imperi coloniali non ci sono più, ma viene da dire che siamo andati al peggio. Non ci sono più le colonie, ma c'è la colonizzazione volontaria di tutti quelli che nei loro paesi non riescono più a vivere e tentano di farsi individualmente colonizzare nei nostri paesi ricchi.
Questi movimenti migratori sono diventati una costante tragica dei nostri tempi e quel che sorprende è che non ci sia nessuna iniziativa non dico democratica, ma almeno umanitaria. Pensiamo solo a rafforzare le frontiere e basta. Tacciono i governi, tacciono anche i partiti di opposizione e qui da noi tace anche la Chiesa cattolica, quelli che tentano di arrivare mica sono cristiani!
Questa tragedia degli emigranti - donne, bambini e uomini condannati ad affogare nel nostro bel Mediterraneo - non sembra toccare la sensibilità delle nostre società, dei nostri politici, dei nostri intellettuali. Un'insensibilità che segna il nostro grado di imbarbarimento.
«In quel cpt una stanza dei pestaggi»
di Orsola Casagrande
su Il Manifesto del 17/06/2008
I racconti dei migranti usciti dal centro di corso Brunelleschi a Torino
Non si respira una bella aria a Torino. Sali sull'autobus e l'unica cosa di cui si parla sono i rischi che si corrono sui tram e sui pullman. Rischi? «Non hai sentito? - dice una giovane donna - qui ormai è il Far West». L'autobus è il 67, lo stesso dove qualche giorno fa i vigili urbani hanno spadroneggiato con fare effettivamente un po' da cowboys, intimando ai cittadini stranieri presenti di scendere, dividendo uomini da donne e esibendosi in controlli accompagnati da frasi come «la pacchia è finita». E a chi mostrava la carta d'identità italiana, «non ce ne frega nulla della vostra carta italiana, questo non è più il paese delle meraviglie».
Al mercato di Porta Palazzo, storico quartiere delle differenze e per questo uno dei luoghi più ricchi e interessanti, il clima di questi giorni si traduce in poca voglia di parlare da parte dei cittadini stranieri. Che però non riescono a trattenersi più di tanto, perché di voglia di parlare ne hanno molta. «Non capiamo - dice un giovane fruttivendolo marocchino, Abdul - ci sembrava che tutto questo odio potesse finire, anzi credevamo che fosse se non finito almeno un po' contenuto e invece è riesploso». E in modo violento. Siccome qui quasi tutti hanno subito l'umiliante esperienza di una detenzione nei cpt italiani, è facile sapere cosa sta accadendo dentro corso Brunelleschi come in altre galere. La morte del giovane detenuto tunisino a cui sarebbero stati negati i soccorsi è avvenuta soltanto due settimane fa, ma è già stata dimenticata. Non qui a Porta Palazzo. «La Croce Rossa non ti aiuta - dice M. - se stai male puoi sgolarti ma se non hanno voglia di venire non vengono. Il medico ti visita solo se gli va». L'inchiesta sulla morte del giovane è aperta. In questi giorni dovrebbe essere depositata l'autopsia che servirà a chiarire le cause della morte. Quelle mediche. Perché poi rimane il fatto dei soccorsi. E su questo il magistrato dovrà fare chiarezza. Le testimonianze dei detenuti che hanno assistito impotenti alla morte del loro compagno sono chiare. «Abbiamo urlato ma non è venuto nessuno». Chi c'era, chi ha chiesto aiuto, è stato prontamente deportato, espulso nei giorni immediatamente successivi alla morte. Gli abusi e le violenze continuano. Lo conferma il racconto due ragazzi appena usciti dal centro di corso Brunelleschi. «Siamo trattati come bestie - dice A., marocchino - poi quando alla polizia gira ci prendono e ci portano in una stanza e lì ci picchiano». Questa stanza dei pestaggi è ricorrente nelle storie di tanti e non solo nel centro torinese. Anche negli altri cpt infatti i detenuti raccontano di essere stati portati ammanettati in una stanza e lì pestati a sangue. Fare denuncia è difficile e comunque molto spesso una denuncia non ha seguito. Si ferma, si arena nei tribunali italiani. Muore. Lo conferma l'avvocato Gianluca Vitale che proprio in questi giorni ha depositato l'ennesima denuncia. «Il giovane marocchino che rappresento ormai è stato espulso. La denuncia riguarda le botte prese mentre era ammanettato», dice Vitale. Intanto, nel silenzio dei media, le espulsioni dei testimoni di quella tragica notte sono proseguite. Un altro giovane tunisino di ventinove anni racconta al telefono di non avere «più speranza. Dopo cinque anni in Italia, senza permesso, costretto a arrangiarmi come meglio potevo, dopo tre anni di carcere ho deciso che è meglio tornare al mio paese. Non mi aspetta una vita serena, ma di stare in Italia non me la sento». E' stato lui a trovare il giovane compagno morto due settimane fa. «E per fortuna - dice - che lo conoscevo da quando eravamo al paese, perché lui aveva detto di essere marocchino e oggi non avrebbe avuto nemmeno la possibilità di essere sepolto a casa sua, dove sono i suoi familiari». Sulle condizioni del centro il giovane dice che «purtroppo solo noi che viviamo qui dentro sappiamo cosa significa, l'umiliazione quotidiana, la violenza anche psicologica perché non c'è solo la violenza fisica. In fondo eravamo venuti qui inseguendo un sogno, quello di vivere meglio, trovare un lavoro. Speravamo di trovare qui quella possibilità di realizzarci che al nostro paese non ci è stata data. Non è stato così. La vita normale che sognavamo non si è realizzata».
Reato di clandestinità,la Ue contro l'Italia
Il commissario Barrot: «Non si possono aggravare le pene». I numeri bocciano il decreto
Non è possibile aggravare la pena a causa della presenza irregolare, è contrario al diritto europeo»: lo ha affermato ieri il neo commissario Ue alla Giustizia Jacques Barrot, durante la sua audizione al parlamento europeo, a proposito dell'immigrazione clandestina. Poi, interrogato dai giornalisti, Barrot ha spiegato meglio il suo punto di vista: «Mi riferivo ai cittadini europei, in ogni caso per quanto riguarda i cittadini non Ue questa pone comunque un problema. Teoricamente non si può aggravare una pena» se ci si riferisce ai cittadini non Ue mentre «si può prevedere il rimpatrio degli immigrati dopo aver scontato la pena secondo le legislazioni nazionali» ha spiegato Barrot. Le dichiarazioni del commissario (che cadono fra l'altro alla vigilia della discussione all'Europarlamento sul
L'umanità negata
di Valentino Parlato
su Il Manifesto del 17/06/2008
Quaranta cadaveri e un centinaio di dispersi, che non troveremo mai, nel mare di Sicilia. Persone, esseri umani, che fuggono dai loro paesi, raggiungono la costa meridionale del Mediterraneo. È una storia di sterminio di massa che si ripete e continuerà. Di chi è la responsabilità di questa strage continua? Nostra, della nostra globalizzazione aperta a tutti i movimenti di capitali, ma chiusa - fino all'omicidio di massa - alle persone, a quelli che non riescono a vivere nei loro paesi e a rischio di morte tentano di sbarcare nel nostro mondo ricco e benestante. Magari solo per mendicare, ma in un paese ricco la mendicità può dare da vivere.
È una tragedia, ma essendo una tragedia di poveracci non diventa mai un nostro problema. Al massimo si cerca di eludere il problema con più vigilanza, con sbarramenti di motovedette e guardie.
Questi disperati migranti non c'erano un tempo o il fenomeno era meno rilevante. Oggi queste popolazioni sono più povere, alla disperazione, perché nei loro paesi la popolazione è cresciuta e perché le loro produzioni sono state distrutte dalla nostra crescita di produttività. Perché la nostra globalizzazione è stata quella dei paesi benestanti, quasi il club dei signori. E - va detto - nei nostri paesi benestanti la globalizzazione finanziaria e mercantile ha accresciuto il distacco tra poveri e ricchi. E i nostri poveri, quelli che lavorano a salario a tempo determinato, o in nero, temono l'arrivo di altri poveri, ancora più poveri e più disposti a lasciarsi sfruttare per un tozzo di pane.
Gli imperi coloniali non ci sono più, ma viene da dire che siamo andati al peggio. Non ci sono più le colonie, ma c'è la colonizzazione volontaria di tutti quelli che nei loro paesi non riescono più a vivere e tentano di farsi individualmente colonizzare nei nostri paesi ricchi.
Questi movimenti migratori sono diventati una costante tragica dei nostri tempi e quel che sorprende è che non ci sia nessuna iniziativa non dico democratica, ma almeno umanitaria. Pensiamo solo a rafforzare le frontiere e basta. Tacciono i governi, tacciono anche i partiti di opposizione e qui da noi tace anche la Chiesa cattolica, quelli che tentano di arrivare mica sono cristiani!
Questa tragedia degli emigranti - donne, bambini e uomini condannati ad affogare nel nostro bel Mediterraneo - non sembra toccare la sensibilità delle nostre società, dei nostri politici, dei nostri intellettuali. Un'insensibilità che segna il nostro grado di imbarbarimento.
«In quel cpt una stanza dei pestaggi»
di Orsola Casagrande
su Il Manifesto del 17/06/2008
I racconti dei migranti usciti dal centro di corso Brunelleschi a Torino
Non si respira una bella aria a Torino. Sali sull'autobus e l'unica cosa di cui si parla sono i rischi che si corrono sui tram e sui pullman. Rischi? «Non hai sentito? - dice una giovane donna - qui ormai è il Far West». L'autobus è il 67, lo stesso dove qualche giorno fa i vigili urbani hanno spadroneggiato con fare effettivamente un po' da cowboys, intimando ai cittadini stranieri presenti di scendere, dividendo uomini da donne e esibendosi in controlli accompagnati da frasi come «la pacchia è finita». E a chi mostrava la carta d'identità italiana, «non ce ne frega nulla della vostra carta italiana, questo non è più il paese delle meraviglie».
Al mercato di Porta Palazzo, storico quartiere delle differenze e per questo uno dei luoghi più ricchi e interessanti, il clima di questi giorni si traduce in poca voglia di parlare da parte dei cittadini stranieri. Che però non riescono a trattenersi più di tanto, perché di voglia di parlare ne hanno molta. «Non capiamo - dice un giovane fruttivendolo marocchino, Abdul - ci sembrava che tutto questo odio potesse finire, anzi credevamo che fosse se non finito almeno un po' contenuto e invece è riesploso». E in modo violento. Siccome qui quasi tutti hanno subito l'umiliante esperienza di una detenzione nei cpt italiani, è facile sapere cosa sta accadendo dentro corso Brunelleschi come in altre galere. La morte del giovane detenuto tunisino a cui sarebbero stati negati i soccorsi è avvenuta soltanto due settimane fa, ma è già stata dimenticata. Non qui a Porta Palazzo. «La Croce Rossa non ti aiuta - dice M. - se stai male puoi sgolarti ma se non hanno voglia di venire non vengono. Il medico ti visita solo se gli va». L'inchiesta sulla morte del giovane è aperta. In questi giorni dovrebbe essere depositata l'autopsia che servirà a chiarire le cause della morte. Quelle mediche. Perché poi rimane il fatto dei soccorsi. E su questo il magistrato dovrà fare chiarezza. Le testimonianze dei detenuti che hanno assistito impotenti alla morte del loro compagno sono chiare. «Abbiamo urlato ma non è venuto nessuno». Chi c'era, chi ha chiesto aiuto, è stato prontamente deportato, espulso nei giorni immediatamente successivi alla morte. Gli abusi e le violenze continuano. Lo conferma il racconto due ragazzi appena usciti dal centro di corso Brunelleschi. «Siamo trattati come bestie - dice A., marocchino - poi quando alla polizia gira ci prendono e ci portano in una stanza e lì ci picchiano». Questa stanza dei pestaggi è ricorrente nelle storie di tanti e non solo nel centro torinese. Anche negli altri cpt infatti i detenuti raccontano di essere stati portati ammanettati in una stanza e lì pestati a sangue. Fare denuncia è difficile e comunque molto spesso una denuncia non ha seguito. Si ferma, si arena nei tribunali italiani. Muore. Lo conferma l'avvocato Gianluca Vitale che proprio in questi giorni ha depositato l'ennesima denuncia. «Il giovane marocchino che rappresento ormai è stato espulso. La denuncia riguarda le botte prese mentre era ammanettato», dice Vitale. Intanto, nel silenzio dei media, le espulsioni dei testimoni di quella tragica notte sono proseguite. Un altro giovane tunisino di ventinove anni racconta al telefono di non avere «più speranza. Dopo cinque anni in Italia, senza permesso, costretto a arrangiarmi come meglio potevo, dopo tre anni di carcere ho deciso che è meglio tornare al mio paese. Non mi aspetta una vita serena, ma di stare in Italia non me la sento». E' stato lui a trovare il giovane compagno morto due settimane fa. «E per fortuna - dice - che lo conoscevo da quando eravamo al paese, perché lui aveva detto di essere marocchino e oggi non avrebbe avuto nemmeno la possibilità di essere sepolto a casa sua, dove sono i suoi familiari». Sulle condizioni del centro il giovane dice che «purtroppo solo noi che viviamo qui dentro sappiamo cosa significa, l'umiliazione quotidiana, la violenza anche psicologica perché non c'è solo la violenza fisica. In fondo eravamo venuti qui inseguendo un sogno, quello di vivere meglio, trovare un lavoro. Speravamo di trovare qui quella possibilità di realizzarci che al nostro paese non ci è stata data. Non è stato così. La vita normale che sognavamo non si è realizzata».
Reato di clandestinità,la Ue contro l'Italia
Il commissario Barrot: «Non si possono aggravare le pene». I numeri bocciano il decreto
Non è possibile aggravare la pena a causa della presenza irregolare, è contrario al diritto europeo»: lo ha affermato ieri il neo commissario Ue alla Giustizia Jacques Barrot, durante la sua audizione al parlamento europeo, a proposito dell'immigrazione clandestina. Poi, interrogato dai giornalisti, Barrot ha spiegato meglio il suo punto di vista: «Mi riferivo ai cittadini europei, in ogni caso per quanto riguarda i cittadini non Ue questa pone comunque un problema. Teoricamente non si può aggravare una pena» se ci si riferisce ai cittadini non Ue mentre «si può prevedere il rimpatrio degli immigrati dopo aver scontato la pena secondo le legislazioni nazionali» ha spiegato Barrot. Le dichiarazioni del commissario (che cadono fra l'altro alla vigilia della discussione all'Europarlamento sulla direttiva rimpatri) sono comunque una chiara critica al decreto italiano sulla sicurezza in aula in questi giorni. Un altro colpo al decreto sicurezza, dopo quello assestato sui numeri dagli economisti de Lavoce.info che hanno condotto un'analisi impietosa rapportando i numeri italiani e quelli europei. Ecco l'analisi tratta da redattoresociale.com .
La vera cifra del pacchetto sicurezza è l'accanimento contro lo straniero. Lo si evince dal percorso verso un diritto penale del comportamento, «che si manifesta appieno nel nuovo reato di ingresso illegale nel territorio dello Stato». E' questa la sintesi estrema di un articolo pubblicato su lavoce.info, a firma Alberto Alessandri (docente di Diritto Penale presso facoltà di Giurisprudenza dell"Università Bocconi di Milano) ed Elena Garavaglia (dottoranda in Diritto dell'Impresa presso la stessa Università Bocconi). In un confronto superficiale con gli altri paesi d'Europa, i due autori notano che le sanzioni per lo più previste sono pene pecuniarie e sanzioni amministrative. Diverse, dunque, da quelle detentive che il governo italiano intende adottare. E che oltretutto si riveleranno un'arma spuntata per l'impossibilità di applicarle.
«Il "pacchetto sicurezza" approvato dal Consiglio dei ministri il 21 maggio si articola in diversi provvedimenti - affermano -. La nozione di "sicurezza" che il legislatore adotta, per identificare il tratto unificante dell'intervento, è molto ampia e disomogenea».
«Prevale l'attenzione al fenomeno dell'immigrazione clandestina - si nota - ma si affiancano interventi sulla guida in stato di ebbrezza, si ampliano i casi di giudizio direttissimo, si rafforzano i poteri dei sindaci, specie in materia di controllo del territorio; si interviene sul sistema delle misure di prevenzione, in particolare sul versante processuale. La "sicurezza" risulta quindi definita più quale "rassicurazione", ovvero un'asserita risposta alle paure diffuse nella popolazione rispetto alla micro-criminalità, quella "da strada", senza un reale filo rosso che possa legare le misure di contenimento dei diversissimi fenomeni considerati. Una serie di provvedimenti tampone, che si innestano sulla legislazione previgente, con più che prevedibili problemi di raccordo. E tutti segnati dalla distribuzione a piene mani di nuovi reati, inasprimenti di pene, restrizione dei poteri discrezionali del giudice. Un esercizio di "legge e ordine", insomma».
Per i due autori, «l'accanimento nei confronti dello straniero è la vera cifra, anche sul piano simbolico e comunicativo, dei provvedimenti. E nella visione di uno Stato che manifesta la sua sovranità nell'esclusione, "straniero" è opposto a cittadino: comprende dunque anche le persone appartenenti a paesi della Unione Europea, anch'essi barbari.
«Questo sotterraneo, inarrestabile percorso verso il diritto penale del "comportamento" - aggiungono - si manifesta appieno nel nuovo reato di "ingresso illegale nel territorio dello Stato", contenuto nel disegno di legge all'articolo 9, e punito con la pena da sei mesi a quattro anni. Si sanziona anche con la revoca dell'autorizzazione chi trasferisce denaro per conto di soggetti "privi di un titolo di soggiorno" (articolo 17). E si punisce ancora chi affitta alloggi a stranieri irregolari (articolo 5 del Dl n. 92/2008). Alle obiezioni si risponde sprezzantemente che anche altri paesi prevedono come reato la condotta di ingresso illegale».
E a tal proposito l'articolo in questione va a vedere proprio cosa succede ai clandestini negli altri paesi. E in questo contesto per gli autori, anche a un raffronto superficiale, i conti non tornano.
«L'inglese Immigration Act del 1971 - ricordano - prevede una serie di condotte che si possono apparentare, in ben diversa articolazione, al nostro caso: ma si prevede solo la pena della multa o l'"imprisonment for not more than six months", mentre pene maggiori sono riservate a chi facilita il transito, la tratta delle persone. La Francia sanziona con la reclusione di un anno e la multa di 3.750 euro la condotta di ingresso e permanenza in assenza dei documenti previsti e stabilisce la possibilità di vietare al condannato l'ingresso e il soggiorno in Francia per una durata non superiore a tre anni. Anche la Spagna, che ha subito un'ondata di immigrazione violenta, con la "‘Ley Organica" 4/2000, e successive modifiche, ha foggiato uno strumento punitivo: ma lo ha fatto impiegando solo sanzioni amministrative e graduando un ventaglio di condotte a seconda della loro gravità . In Germania la normativa sull'immigrazione del 30 luglio 2004 è composta da due atti a seconda della loro applicazione a cittadini di paesi dell'Unione o extracomunitari. Per questi ultimi sono previste pene pecuniarie in alternativa alla reclusione fino a un anno, rispetto a un ventaglio di ipotesi differenziate. La Grecia, con la legge 2910 del 2001, ha previsto un reato per l'introduzione clandestina, ma con una pena alternativa, pecuniaria o detentiva, quest'ultima prevista nella misura di tre mesi nel minimo. E si potrebbe proseguire, trovando puntuali conferme della grave distonia delle norme che ora si progettano».
Distonie che, per gli autori, aumentano considerando l'effettività delle norme. «Nonostante la difficile comparabilità delle statistiche giudiziarie - si afferma -qualche dato è significativo e sembra dimostrare un'applicazione molto limitata della fattispecie di immigrazione clandestina a favore dei provvedimenti di espulsione». In Inghilterra, si ricorda, secondo le statistiche dell'Home Office, nel periodo gennaio - ottobre 2006 sono stati processati davanti a una "Magistrates' Court" 868 soggetti; di questi, 676 individui sono stati dichiarati colpevoli. La normativa inglese è però ricca di fattispecie differenziate e i numeri si riducono notevolmente considerando solo l'ipotesi di "Illegal entry in breach of a deportation order or without leave": 90 persone processate e 71 dichiarate colpevoli.
Per la Germania le statistiche ufficiali del Bundeskriminalamt riportano solo i dati di persone sottoposte a investigazioni per il reato di "Smuggling of foreigns into federal territory" e indicano 3.820 soggetti coinvolti nel 2005. Per la Francia, infine, l'"Annuaire statistique de la Justice" del ministero della Giustizia riporta 4.186 condanne nel 2005; «anche in questo caso però i dati non riguardano solo il reato di immigrazione clandestina ma comprendono diverse altre violazioni», si precisa.
Ma tornando all'Italia, altre perplessità collegate all'introduzione di un reato di ingresso illegale nel territorio dello Stato concernono i costi, sostanziali e processuali, per la concreta applicazione della norma e la sua effettiva portata deterrente. «Basti considerare i numeri relativi ai soggetti clandestini nel nostro paese - si nota -: avere dati ufficiali è sostanzialmente impossibile, ma la stima più recente indica in 760mila la quota di stranieri irregolari presenti sul territorio italiano. Ancora più interessante la valutazione effettuata nella relazione tecnica del disegno di legge n. 733/2008, secondo cui il numero di stranieri entrati illegalmente in Italia nell'anno 2007 ammonta a circa 54.500».
Concludono gli autori: «Il fenomeno dell'immigrazione clandestina, come ha ricordato la Commissione europea, è assai complesso e richiede attenzione e molteplicità di interventi, con informazione, razionalità e "valutazione degli effetti dei provvedimenti", assunti sempre nel pieno rispetto dei diritti umani. Se il governo italiano intende invece dare un segnale, come è stato detto, a parte la sostanziale immoralità e incostituzionalità di usare lo strumento penale, si tratta di un segnale affidato a un'arma spuntata per la pratica impossibilità di applicare la norma, che porterebbe un enorme aggravio del carico processuale; per l'impossibilità di stabilire la data di ingresso, se non in flagranza alla frontiera; per la scriminante dello stato di necessità per chi arriva su barche in pericolo di affondare; e via dicendo. Nel contempo ogni persona percepita come "straniero" diverrà un sospetto criminale».
Redattore sociale
Liberazione 17/06/2008
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Il governo pensa ad ammorbidire le sanzioni
di S. F.
su Il Manifesto del 12/06/2008
«Un'emergenza nazionale». I politici gridano all'orrore, ma è difficile non ravvisare nelle dichiarazioni che ieri hanno seguito la strage sul lavoro a Mineo - come nota Pietro Mercandelli, presidente dell'Associazione nazionale mutilati e invalidi sul lavoro (Anmil) - «le consuete parole di cordoglio e le inutili e beffarde buone intenzioni».
A novembre 2006, 4 lavoratori sono morti a Campello sul Clitumno nell'esplosione della Umbria Olii; a luglio 2007, 5 sono stati i morti per l'esplosione nello stabilimento Molino Cordero di Fossano; a dicembre 2007, i 7 morti della ThyssenKrupp; poi, i 5 di Molfetta. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiede «controlli stringenti per spezzare la drammatica catena di morti sul lavoro». Ma dopo la quinta tragedia sul lavoro nell'arco di un anno (senza contare la silenziosa strage quotidiana dei 'tre morti al giorni') cosa fa la politica, e soprattutto il governo, oltre a parlare e gridare allo scandalo?
Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha convocato un incontro d'urgenza, oggi, con le parti sociali, «perchè diventa sempre più urgente la promozione in Italia di un piano di intensa collaborazione tra le parti sociali e le istituzioni, per diffondere condizioni di sicurezza in tutti i luoghi di lavoro, attraverso investimenti in prevenzione, formazione e informazione». Sacrosanto, non fosse che, magari non oggi, probabilmente domani, si inizierà a anche a discutere del Testo unico sulla sicurezza del lavoro varato dal governo Prodi e che Sacconi ha in più occasioni annunciato di volere riscrivere. Obiettivo: ammorbidire un apparato sanzionatorio che era già stato frutto di un compromesso e che alle imprese mai è piaciuto. A ricordarlo è Guglielmo Epifani, segretario generale Cgil, parlando di «una giornata di lutto indegna, di fronte alla quale occorre impegnarsi per dare piena attuazione alle nuove norme sulla salute e sicurezza nel posto di lavoro, invece di continuare a rimetterle in discussione come sembra volere fare il governo». «Il sistema sanzionatorio da solo non risolverà il problema - aggiunge Epifani - ma costituisce un deterrente». Raffaele Bonanni (Cisl) tace sul punto, e invita «il paese a ribellarsi». Per Luigi Angeletti (Uil) bisogna «riorganizzare l'economia e luoghi produttivi più piccoli articolandoli nel territorio e creare una modalità orizzontale che favorisca l'incontro tra il sindacato e le persone». Giorgio Cremaschi, segretario nazionale Cgil, parla di «una nuova ThyssenKrupp che richiede una risposta senza precedenti da parte di tutto il mondo sindacale». Di «una tragedia orribile» parlano tutti, dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi in giù, ai presidenti di Camera e Senato, fino al leader del governo ombra, Walter Veltroni. Antonio Boccuzzi, sopravvissuto alla strage ThyssenKrupp, oggi parlamentare Pd, è pressochè isolato (in parlamento) nel chiedere l'applicazione del Testo su salute e sicurezza varato dal precedente governo. «Ancora una volta tutti spendono parole di esecrazione e di condanna - denuncia ancora Mercandelli - Ma il sindacato, gli imprenditori e il governo dove sono?».
60 ore. E anche di più
di Sara Farolfi
su Il Manifesto del 11/06/2008
In arrivo la nuova normativa sull'orario di lavoro settimanale
L'ennesimo colpo di piccone ai diritti sociali in Europa. I ministri del lavoro dei 27 Stati europei hanno raggiunto un accordo, ieri, sulla direttiva europea sull'orario di lavoro. Licenziando un testo (che ora sarà sottoposto al parlamento europeo) che decreta la fine delle 48 ore settimanali - conquistate dall'Organizzazione internazionale dei lavoratori nel 1917 - e spalanca la porta a settimane lavorative di 60, persino 65 ore.
Ha vinto, di fatto, la linea a lungo perseguita dalla Gran Bretagna, la cui legislazione dal 1993 prevede la possibilità di avvalersi del diritto di opting out, attraverso cui singoli lavoratori e imprese possono sottoscrivere 'liberi' accordi (con quali rapporti di forza è facilmente immaginabile) per modificare l'orario di lavoro. Con la decisione di ieri, l'opting out diventa norma generale per tutti gli stati membri. I negoziati per aumentare l'orario di lavoro settimanale erano in corso da qualche anno. Al blocco capitanato dal Regno Unito (e sostenuto anche dalla Germania e della maggior parte dei nuovi stati membri) si è sempre opposto quello costituito da Francia, Spagna e Italia (in compagnia di Grecia, Cipro, Belgio e Lussemburgo). Con l'avvento di Berlusconi, l'Italia ha di fatto abbandonato il fronte della difesa dei diritti sociali, mentre Sarkozy in Francia ha fatto dell'orario di lavoro una merce di scambio il collega britannico Gordon Brown: la Francia avrebbe approvato l'allungamento dell'orario di lavoro, qualora la Gran Bretagna avesse accettato la parificazione dei diritti per i lavoratori interinali. E così ieri è andata. I ministri dei 27 Stati hanno approvato infatti una seconda direttiva, che decreta parità di trattamento (su salario, congedo e maternità) tra lavoratori 'in affitto' e dipendenti. Fatta salva comunque la possibilità di deroghe, qualora vi sia un accordo in tal senso con le parti sociali (come già accade in Gran Bretagna).
Le due direttive sono state approvate a maggioranza qualificata, con la contrarietà di cinque paesi (Spagna, Belgio, Grecia, Ungheria e Cipro). Ora dovranno passare al vaglio del parlamento europeo, traghettato dalla presidenza slovena a quella francese. La commissione europea applaude, mentre la Confederazione dei sindacati europei (Ces) parla di un «accordo inaccettabile, su cui daremo battaglia al Parlamento europeo», pur apprezzando la direttiva sugli interinali. E non si è fatto attendere il commento del nostro ministro, Maurizio Sacconi, che anche ieri è tornato a parlare della necessità di una «chirurgica deregulation del mercato del lavoro»: «Ora è importante che il parlamento europeo possa ratificare rapidamente questo accordo e che esso trovi poi rapida attuazione nella legislazione dei singoli paesi membri».
Con la nuova direttiva, gli Stati membri potranno modificare la propria legislazione per consentire ai singoli lavoratori di sottoscrivere accordi individuali in materia di orario di lavoro con i propri datori di lavoro. Un colpo di piccone alla contrattazione dunque, e un'incentivo netto ai rapporti di lavoro individualizzati. L'orario di lavoro potrà arrivare fino a 60 ore settimanali, 65 per alcuni lavoratori, come i medici. E il numero di ore viene considerato come media, che significa che la settimana lavorativa potrà arrivare a 78 ore.
Ma non è tutto. Perchè la direttiva riscrive anche il cosiddetto «servizio di guardia», il periodo cioè durante il quale il lavoratore è obbligato a tenersi a disposizione, sul proprio luogo di lavoro, in attesa di essere chiamato. Fino ad ora questo periodo (che può essere di svariate ore) era considerato tempo di lavoro, dunque retribuito. I ministri europei hanno deciso invece che, per esempio, stare al Pronto soccorso di guardia senza essere chiamati non sarà più lavoro retribuito. Massimo Cozza, segretario nazionale Cgil medici, lancia l'allarme. Ma su questo Sacconi ha rassicurato: «In Italia la parte inattiva del turno di guardia resterà orario di lavoro».
Ue, sfruttamento dei lavoratori oltre le quarantotto ore. Ma così la vita è sotto sequestro
Flessibilità dell'orario, contrattazione individuale, fine di una stagione dei diritti
Roberto Musacchio*
«Se 60 ore (ma anche 65 e 75) a settimana vi sembrano poche provate voi a lavorare»: si potrebbe modificare così la celebre canzone sulle otto ore giornaliere dopo le decisioni del Consiglio occupazione Ue.
L'accordo è pessimo e pesantissimo. La presidenza slovena ha cercato di mascherarne i contenuti con una dichiarazione reticente, ma i testi sono chiari e durissimi. La vicenda della regolamentazione dell'orario, dopo due anni di fermo per i contrasti intervenuti con il Parlamento e fra gli Stati, si sblocca nel peggiore dei modi. In sostanza la flessibilizzazione dell'orario è totale. Le 48 ore divengono media annua calcolabile con settimane di 60 ore portabili a 65 si con tempi di attesa e addirittura a 75 se con scelte individuali regolate da accordi collettivi. Se prima si diceva che lo sfondamento dell'orario previsto poteva avvenire solo per accordi collettivi, ora in assenza di essi le scelte individuali sono in pratica sempre possibili.
Se facciamo un po' di storia passata della vicenda, capiamo che nei fatti si arriva al peggio. Tutto il tema orario è compromesso dalla direttiva sull'orario giornaliero, che prevede fino a 13 ore di lavoro continuative (11 di riposo). In Europa ci sono aeree, come quella anglosassone, dove è consolidata la pratica dell'opt out, cioè della possibilità di deroghe individuali agli accordi collettivi. Modello di riferimento anche per molti paesi dell'Est. Contro l'opt out si è pronunciato più volte il Parlamento europeo chiedendone il superamento.
Ci sono poi state sentenze della Corte di Giustizia europea sul tempo inattivo di lavoro (ad esempio la guardia medica) e sul suo criterio di calcolo. Anche su questa base si è arrivati all'idea di una nuova direttiva orario. La base di partenza è stata allora, tre anni fa, una sorta di scambio tra superamento dell'opt out e annualizzazione (contrattata, forse) dell'orario. Noi ci battemmo contro questo scambio per contrastare la flessibilizzazione insita nell'annualizzazione (conteggio annuale). Quando si arrivò al Consiglio europeo ci si accorse che lo scambio in realtà non c'era in quanto si voleva e l'opt out e l'annualizzazione. La direttiva fu bloccata anche dall'azione del Governo Prodi, in questo caso positiva.
Ora si è voluti ripartire, al peggio. Forti anche delle recenti sentenze della Corte di Giustizia (come il caso Laval) sul non valore generale dei contratti collettivi, la somma tra opt out e annualizzazione si realizza nei fatti con una fortissima tendenza all'individualizzazione dell'orario. Non più il contratto che regola le deroghe, ma il contratto come, parziale, contenimento di una deregolamentazione che è norma. Continua così lo smantellamento nei fatti del diritto collettivo del lavoro permesso dal Trattato e reso esigibile dalle sentenze della Corte di Giustizia. Si può pure continuare ad affermare il valore dei sindacati e delle tutele collettive, ma nei fatti il lavoro è reso sempre più variabile dipendente e individualizzata della logica d'impresa. Il tutto mentre il dumping continua ad imperversare nell'Europa allargata e quando il sindacato pone la questione salari la Banca europea risponde "niet" indicando come priorità la lotta all'inflazione. Facile capire come con questo attacco alle funzioni stesse del lavoro le sinistre siano in così grande difficoltà in questa Europa. E facile capire cosa avverrà in Italia con il Governo che ha appoggiato pienamente la nuova direttiva, forte anche del rapporto fra straordinari, defiscalizzazione e salario realizzatosi in questa fase anche con il precedente Governo e il sostegno dei sindacati. Non sarebbe l'ora di reagire?
* Europarlamentare Prc
Liberazione 12/06/2008
Nato: pronti al raid su Kandahar. L'Italia offre i suoi Tornado
Migliaia di civili in fuga nell'Afghanistan meridionale dove le truppe Nato preparano l'assalto. Il minstro degli Esteri italiano Frattini conferma la volontà di impiego delle forze aeree italiane
di Anubi D'Avossa Lussurgiu
Così come non ha titolo che per poche ore la notizia della strage di migranti nel mare nostrum - figurarsi la notizia che gli annegati sono stati 10mila in un anno - così le notizie di guerra guerreggiata non hanno titolo nemmeno per un minuto. Anche se a combatterla ci stiamo andando noi: addirittura coi bombardieri. E' questo il caso dell'Afghanistan, alfa e omega della guerra globale duratura che George W. Bush lascia in eredità. Negli ultimi giorni la continua pressione dei contingenti Usa e dei più stretti alleati, come i britannici, ha nelle regioni meridionali trovato una replica virulenta. I Taleban hanno inflitto uno dei più pesanti colpi con l'eclatante "svuotamento" del carcere di Kandahar, liberando centinaia dei loro. E nelle ultime ore hanno continuato ad avanzare in tutta la regione, conquistando decine di villaggi nel distretto di Arghandab. Là, un nuovo esodo di migliaia di civili è cominciato. Il mullah talebano Daoud ha fatto sapere che la manovra mira a «prendere una città importante come Kandahar». E la Nato, cui è in carico la missione Isaf che formalmente gestisce anche le truppe di "Enduring Freedom" su quel sanguinoso fronte ma in realtà ne è gestita, annuncia raid aerei intorno e su Kandahar. C'è solo una novità: che stavolta potrebbe essere il turno dei nostri Tornado. Come aveva fatto capire il ministro Frattini una settimana fa, in audizione parlamentare ufficiale. Nel silenzio generale.
Vediamo cosa succede, o almeno cosa trapela di quel che succede, intorno a Kandahar. Gli stati maggiori militari afghani, quelli del governo "legittimo" di Amid Karzai, hanno fatto sapere ieri d'aver aerotrasportato 300 uomini sulla città capoluogo del Sudest, dopo altri in numero imprecisato già inviati lunedì. Significa, questa notizia d'un vero e proprio ponte aereo militare su Kandahar, due cose: la prima è che i contingenti Usa ma soprattutto britannici, australiani e olandesi dispegati in quelle zone non ce la fanno più a sostenere l'urto della controffensiva dei Taliban; la seconda è che la minaccia contenuta da Daoud, «prendere un'importante città come Kandahar», ha uno spessore concreto agli occhi degli avversari, al punto da rinfoltire in tutta fretta il presidio della città.
Ma l'assedio alla città-chiave del meridione afghano e dunque della faglia strategica afghano-pakistana e infine del principale canale economico, quello del traffico d'armi e oppio, è già cominciato. La Bbc in lingua pashtun e gli stessi ufficiali afghani rendono noto che i Taliban hanno fatto saltare già dei ponti, per la precisione tre, minandone diversi altri. E il ponte aereo mostra che la manovra sul distretto di Arghandab è riuscita almeno nello spezzare i collegamenti terrestri delle truppe del fronte Sud, che sono il grosso di tutte quelle della coalizione occidentale in Afghanistan. A questo si aggiunge il fronte della guerra psicologica: non solo con il "colpo" dell'assalto al carcere e dell'evasione di quasi mezzo migliaio di militanti Taliban, ma la notizia incontrollata che proprio loro starebbero già combattendo in questa stessa offensiva su Arghandab. Così come l'evento ben concreto dell'attacco su Laskhar-gah, altro snodo decisivo e in asse proprio con Kandahar, effettuato sabato mettendo a segno l'uccisione del generale governativo Toorjun, a capo del distretto di Nadè Ali.
Si tratta di nient'altro che della scena definitiva del fallimento dei piani Nato in Afghanistan. La «fine del lavoro» in Afghanistan si giocava, nella propaganda di Washington seguita docilmente dall'Alleanza Atlantica, quasi tutta nell'offensiva nel Sud, che doveva durare la primavera del 2007 e che s'è impantanata per oltre un anno, fino a capovolgersi come si vede adesso. Le operazioni misteriose sulle montagne di confine con il Pakistan, nell'Est afghano, sono state definitivamente derubricate a rango secondario, in questa messa in scena, dopo lo spostamento del mitico "covo" di Osama Bin Laden (o del suo fantasma) nientemeno che sul Tetto del Mondo, fra le pendici del K2, nel nordico Pamir pakistano. E ora a Kandahar rischia di crollare l'ultimo proscenio.
E' questo che spiega le mosse degli "alleati" nelle ultime ore. Come l'aver mandato elicotteri sui villaggi prossimi all'avanzata talebana, con altoparlanti da cui gli abitanti sono stati invitati alla fuga. Con la promessa di «rifugio» proprio a Kandahar. Gli elicotteri erano quelli britannici e tutto ciò ricorda tetramente ciò che fece Gordon Pascià a Karthoum, prima che il Mahdi sudanese sterminasse la popolazione di residenti e di profughi che vi era rimasta sotto la "protezione" dell'inglese, la cui testa finì ad essiccare sulle mura. Oggi però quel che fu l'Impero di Sua Maestà la Regina e soprattutto il suo grande quanto improvvido erede, cacciatosi proprio nel pasticcio afghano del Grande Gioco kiplinghiano, dispongono di altri mezzi che l'invio di truppe di soccorso d'oltremare e le annesse lungaggini degli stati maggiori. Hanno invece a disposizione la minaccia della distruzione totale, rapida e senza troppi prezzi umani, per sé. Ossia il bombardamento a tappeto, dall'aria. E' appunto quanto quegli altoparlanti degli elicotteri britannici hanno annunciato ai terrorizzati pastori e braccianti di Arghandab. E non c'è alcun azzardo nel prevedere sin d'ora che, vista la difficoltà dell'esodo di massa dei 150mila abitanti dopo la presa dei ponti da parte dei Taliban, i tristi bilanci degli "effetti collaterali" dei raid occidentali collezionati sin d'ora potrebbero impallidire di fronte alle vittime civili di quelli adesso promessi.
Non servirà nemmeno questo ed un leader tribale come Haji Ikramatullah Khan ricorda che gli stessi sovietici non riuscirono mai ad occupare stabilmente quel distretto, pur bombardandolo. Ma è proprio in quest'inutile strage che potrebbe trovare nuovo "ruolo" l'Italia: come ha detto Frattini ancora ieri, pronta «se ci sarà una richiesta della Nato» ad «un impiego delle forze aeree per la copertura dello spazio territoriale attualmente coperto dalle forze aeree tedesche». Che le coprono con i bombardieri Tornado, come Tornado sono i velivoli annunciati per questo "avvicendamento" dal ministro degli Esteri già la settimana scorsa. E la verità è che i Tornado tedeschi, da mesi, sono stati impiegati anche sul Sud. Su Kandahar. Perché non gli italiani? Si può giurare che quella «richiesta» Nato arriverà.
(Liberazione, 18 Giugno 2008)
L'opposizione c'è, in piazza.Assenti sono"i politici". Ma lì comincia un'altra politica
| Riflessioni sull'(in)utilità |
Anubi D'Avossa Lussurgiu
Sì, è vero: non c'è due senza tre. Mai come in questo caso, però, la terza volta stabilisce una norma, certo temporale ma che definisce un senso della realtà. A Chiaiano, Napoli, la prima volta. Al grande Pride romano, la seconda. Ieri di nuovo nella capitale, la terza: con la ben più che riuscita manifestazione dell'«altra Roma» dei movimenti e con un peso specifico dei numeri se possibile maggiore, perché si tratta di movimenti molto caratterizzati quanto a "radicalità". Ecco il senso: un'opposizione reale, nella società, in questo Paese c'è. Non un'opposizione potenziale, "da suscitare" quando - e se - risulterà almeno "elaborato" il trauma politico di aprile. No: è un'opposizione che si manifesta attivamente, da sola e da subito. Diversificata, cioè fatta di percorsi diversi e su diversi piani. Con elementi ricorrenti, però.
Primo: tutti questi "eventi" d'opposizione sono già un passo oltre quel "trauma" del nuovo quadro politico. In tutta evidenza, ne sono mossi: Chiaiano dall'annuncio di militarizzazione dello scontro, il Pride dalla piattaforma delle destre di governo di aperta negazione dei nuovi diritti e di attacco agli strumenti di diritto disponibili all'autodeterminazione, la piazza romana di ieri dall'arrivo del "pacchetto sicurezza" e dall'incalzare del neo-sindaco Alemanno. Ma questi "eventi" al "trauma" rispondono con una prima, comune, affermazione: non abbiamo paura. Non dobbiamo averla, pena la ratifica della sconfitta nella materialità delle nostre vive vite, ancora una volta. E deteniamo la forza e le ragioni per potere non averla.
Secondo: anche quanto a "piattaforme", queste manifestazioni e soggettività d'opposizione esibiscono delle costanti. Si percepiscono, anzitutto, come protagoniste di battaglie di libertà; e con ciò indicano quel che è a rischio nella risposta restauratrice alla crisi attuale della democrazia e della coesione sociale. Inoltre non si tengono "fuori" ma anzi rilanciano la sfida della "decisione politica": opponendo alla legalità dell'autoritarismo la legittimità del conflitto e un'ambizione d'autogoverno. Infine, tengono tutte a sottolineare il proprio carattere opposto alla parodia d'opposizione che vive nelle istituzioni e che incarna invece il governo allargato della restaurazione. Piuttosto, rappresentano (insieme a ciò che deve ancora manifestarsi come, essenziale, il nuovo ciclo di lotte del salariato che verrà) il solo fattore che può metterla in crisi.
Terzo, che prima o poi bisognava pur dire: tutti questi episodi vedono l'assenza della sinistra "politica", quella esclusa dal Parlamento, quella dei partiti. Prc compreso. Non se ne avranno a male le compagne e i compagni dirigenti e militanti che c'erano, di qualsiasi posizione "interna": sono tutte e tutti intelligenti e sanno che c'erano loro ma non c'era "corpo" collettivo sufficiente e necessario. Allora, capiamolo: la «necessità» del soggetto politico organizzato in partito, che sia quello presente o da costruire, che proponga costituenti o federazioni, è tutta da dimostrare. Ad ora è indimostrata e inerte, quanto all'opposizione che pure c'è. E se politica, soggettività, "elementi di programma" stessero altrove? In queste agorà di salariati e non, di donne e d'uomini, d'indigeni e di migranti? Meditare... |
L'esercito nelle città e l'inizio del controllo sociale
di Marco Sferini
su redazione del 16/06/2008
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C’è un limite invalicabile per uno Stato che si vuole definire “democratico”: è il limite che separa la gestione dal controllo. Il governo Berlusconi ha volutamente smarrito questo crinale, questo spartiacque delle regole che dovrebbero uniformare la vita di noi tutti ai princìpi costituzionali. La decisione di schierare l’esercito nelle città per contrastare la criminalità e, quindi, fare fronte a quella “emergenza – sicurezza” che viene propinata quotidianamente da giornali e televisioni come l’unica vera preoccupazione degli italiani, è una decisione che apre la strada ad ulteriori inasprimenti sul versante, per l’appunto, del controllo dei cittadini e non della loro gestione.
Prescindendo dal mio personale brivido libertario, per cui anche il termine “gestione”, associato alla vita di ciascuno di noi, mi risulta intollerabile, credo sia opportuno vedere le differenze che vi sono tra uno Stato che cerca di mettersi al servizio dei cittadini e uno che, invece, propende per una differente amministrazione del sociale e, quindi, anche in merito all’ “ordine pubblico”. 2.500 uomini, dice il ministro La Russa, e per “soli sei mesi”.
Saranno pochi gli uomini e anche i mesi, sarà pure una procedura di sperimentazione, ma resta il fatto che il governo Berlusconi ha deciso di affrontare con una politica di polizia militare quegli allarmismi ad arte creati che sono il merito di discussione dei salotti di Bruno Vespa e di Enrico Mentana.
Ancora qualche giorno fa si celebrava nuovamente a “Matrix” il signore del Pigneto che ha sfasciato le vetrine di un locale, che – conoscendo ormai bene la vicenda in tutti i suoi aspetti – poteva essere risparmiato. Quel gesto, idolatrato come esempio di “giustizia fai da te”, non rimane isolato se la risposta di un governo è quella di inviare l’esercito a pattugliare le strade e le piazze delle città per scongiurare furti, scippi, stupri e quanto di altro.
Eppure le statistiche dicono che dal 1995 ad oggi gli omicidi sono diminuti e che, se un tempo erano circa 2.000 all’anno, oggi sono considerevolmente scesi a 600 – 700 sempre nel corso dei 365 giorni. Come si può ben vedere in questi giorni, il “pericolo rom” è una vera e propria campagna di mistificazione criminale che vuole etichettare un gruppo di persone, un popolo, come coloro che alimentano la delinquenza di piccolo cabotaggio, soprattutto il borseggio e l’accattonaggio e che, nel vivere in baracche fatiscenti, non possono – seguendo una perversa logica razzista e nutrita dal pressapochismo del pregiudizio – non essere atti a commettere dei reati. Come potrebbe essere altrimenti?
Tacciare i rom di una predisposizione genetica alla reicità è giusto se si vuole con ostinazione dimostrare che gli italiani, invece, sono bravi, bravi e ancora bravi. Eppure non è così. Pochi giorni fa un italiano, un trentenne, ha stuprato una ragazzina africana, ma i giornali e le tv che si ispirano al pensiero politico e alla condotta morale della attuale presidenza del Consiglio dei Ministri non hanno fatto titoli da prima pagina, a nove colonne con foto raccapriccianti. Hanno speso poche parole in qualche “breve”, nelle pagine interne.
E’ questo il razzismo vero, quello ideologico, quello che poi seduce il campo della disperazione dei moderni proletari che campano con lavori saltuari, che imprecano contro gli stranieri e che votano la Lega Nord perché alla disperazione loro offre ricette dirompenti, che non lasciano nulla all’analisi dei fenomeni sociali, ma che si dirigono come dei tir impazziti a tutta birra contro il presunto colpevole: e meglio ancora se è clandestino, anche solamente immigrato.
L’esercito nelle città italiane non servirà veramenta a niente. Non si controlla il territorio con la sua militarizzazione. Un territorio dove ci sono i militari è un territorio, di solito, dove c’è una guerra o dove c’è appena stato un colpo di stato e, pertanto, è “normale” assistere a scene di camionette con i fucili puntati addosso alla gente che passa per strada e che è tenuta sotto la mira costante di chi ha paura della ribellione, della sommossa, del disordine.
Non importa che siano 2.500 o 10.000, non importa che sia solo per sei mesi o che sia invece per un anno. Importa che la politica del governo è improntata sull’utilizzo della forza contro la forza e non fa un benchè minimo sforzo di interlocuzione con quelle problematiche sociali che invece vanno esplorate, disarticolate e analizzate nel loro più microscopico “particulare”.
Il Cavaliere nero di Arcore può anche ritenere opportuno utilizzare l’esercito per difendere gli italiani. Ma la domanda che ci viene immediata, dopo questa considerazione, è: difenderli da chi, da cosa? Se è per difenderli dai comuni reati che vengono commessi, ebbene bastano le leggi che già esistono e che – a ben vedere – non sono neanche tenere se si passano in rassegna le normative sui migranti (la vergogna della “Bossi-Fini” è ancora lì che aspetta… e non spera… di essere abrogata). Ma questo ennesimo atto di forza della politica verso la società completa le ordinanze dei sindaci democratici che si comportano come i peggiori sceriffi della California del dopoguerra civile americano. Cofferati, Domenici, Chiamparino, per citarne alcuni, hanno sdoganato anche nel campo “non di destra” (perché definirlo di sinistra sarebbe veramente falsare il significato abusato e latamente esteso della parola) il giustizialismo e la moda negativa del controllo e della repressione dal sapore preventivo.
Se anche all’esercito vengono consegnati incarichi di polizia e si permette alle forze armate di avere il potere dell’arresto e del fermo, ecco che la temporalità corta e il numero di militari impiegati viene veramente ad essere secondario come aspetto di una misura che si pretenderebbe non essere, per questo, coercitiva della libertà personale.
In sessantadue anni di vita della Repubblica, è la prima volta che l’esercito viene impiegato con poteri di polizia. Licio Gelli ne sarà probabilmente molto contento, visto che questo clima sociale e politico assomiglia sempre più al suo “Piano di rinascita democratica”, dove si contemplava nei mezzi di informazione il centro di un potere quasi assoluto sulla società.
Dunque, questo sparpagliare l’esercito nelle città dello Stivale è un atto che consideriamo grave, che oltrepassa i confini della tutela della libertà dei cittadini, che la limita e che entra in contrasto con i dettami costituzionali. Un intervento del Capo dello Stato sarebbe opportuno, considerando che Napolitano è egli stesso il capo delle Forze Armate e che, quindi può disporre in merito del loro utilizzo.
Sarebbe opportuno, abbiamo scritto. Perché ne nascerebbe certamente un conflitto fra poteri dello Stato e non c’è bisogno di un braccio di ferro tra Palazzo Chigi e il Quirinale. Del resto, se la situazione andasse peggiorando e le tentazioni securitarie si dirigessero verso una escalation inarrestabile, qualcuno dovrà intervenire e richiamare il governo al rispetto della Costituzione che dà alle Forze Armate solo il compito di difendere la Nazione da nemici esterni che la attacchino.
E non sembrano davvero sufficienti le motivazioni di un attacco “interno”, messo in piedi dalla tanto sbandierata “emergenza sicurezza”, per giustificare e ammettere l’occupazione militare di Roma, Firenze, Torino, Napoli, Milano e Palermo.
La Repubblica Italiana non è tutto questo, ma è quella che è scritta nella Costituzione, così tanto accarezzata proprio da chi, in queste ore, la sta ulteriormente calpestando.
Approvata dal Parlamento europeo la direttiva anti-immigrati. Fino ad un anno e mezzo nelle prigioni amministrative. Bambini inclusi. Rimpatri coatti anche nei Paesi terzi come la Libia e il Marocco, senza garanzie per i diritti umani.
Il partito socialista si spacca, la Chiesa insorge
Non sono bastate le foto scattate nel girone infernale dei centri di permanenza temporanea, distribuite dagli europarlamentari della sinistra rossoverde ai colleghi prima della plenaria. Foto come quelle delle galere per stranieri di Malta, 18 mesi di detenzione senza poter contattare un medico o un avvocato, quasi nulla la distinzione tra migranti e richiedenti asilo, una saponetta al mese e il rancio da consumare con le mani in bacinelle per il bucato.
Non sono nemmeno bastati gli appelli di una cinquantina di capi di Stato tra cui il presidente boliviano Evo Morales, e neppure gli appelli di Amnesty International, di vari organismi dell'Onu come l'Alto commissariato per i rifugiati e la petizione firmata da intellettuali e artisti europei, insieme con quella di centinaia di ong e la lettera accorata delle madri di Plaza de Mayo.
Il Parlamento di Strasburgo ha tirato dritto approvando in prima lettura la direttiva rimpatri che inasprisce la condizione degli stranieri extra-Ue senza documenti, attualmente 8 milioni, sancendo il prolungamento della detenzione nei Cie (ex Cpt) fino a 18 mesi per i migranti trovati irregolari che non siano tornati volontariamente in patria entro 30 giorni, la possibilità di espellere i minori stranieri non accompagnati e non identificabili, l'opzione di rimpatriare i sans papier nei Paesi di transito, il divieto di reingresso per 5 anni, la restrizione dei casi nei quali l'espulso può chiedere ricorso con patrocinio gratuito.
Un giro di vite senza precedenti nella politica europea sull'immigrazione.
Ora gli Stati membri avranno due anni di tempo per recepire la normativa, ad eccezione di Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca che si sono tenute ai margini grazie alla clausola dell' opt-out , e d'altronde nei tre Stati la permanenza nei Cie è illimitata.
Tuttavia, proprio su quella che le sinistre europee hanno ribattezzato "la direttiva della vergogna", l'Europa si spacca. Se la direttiva ha ottenuto il voto convinto dei Popolari e della destra Uen, di cui fanno parte An e Lega, è altrettanto vero che alcuni Liberaldemocratici come i radicali Cappato e Pannella hanno votato contro. I socialisti del Pse si sono ritrovati a macchia di leopardo: gli eurodeputati del Pd si sono astenuti ad eccezione del "no" di Guido Sacconi, così come la Sinistra Democratica di Claudio Fava; "sì" convinto, invece, dai socialisti tedeschi e spagnoli.
L'astensione del Pd non dovrebbe stupire: in fondo la trattativa per la direttiva, cominciata nel 2005, era stata condotta per l'Italia da Giuliano Amato, ministro di Prodi. Ora gli europarlamentari di Veltroni spiegano di aver assunto una posizione più morbida rispetto al voto contrario in quanto i governi europei hanno promesso di non adottare norme più severe rispetto a quelle in vigore e di assumere gli aspetti migliorativi della direttiva, specialmente riguardo al diritto dei minori.
La Sinistra Europea, all'interno della quale si trovano Rifondazione e Pdci, sperava di far passare degli emendamenti per scongiurare l'approvazione in prima lettura. E naturalmente ha votato contro. Invano.
«Una delle pagine più buie della storia europea» commenta amaramente l'europarlamentare Giusto Catania (Prc). «Da oggi», prosegue, «l'Europa non è più la patria dei diritti umani». Vittorio Agnoletto parla di «un'Europa senz'anima dove trionfano razzismo e segregazione».
La direttiva scavalca numerosi strumenti giuridici a protezione dei migranti, a partire dai minorenni ora espellibili dopo un periodo di detenzione nei Cie nel caso non sia possibile dare loro un nome, un cognome e una nazionalità. Un problema specialmente spagnolo - ed ecco uno dei probabili motivi per cui gli europarlamentari di Zapatero hanno votato la direttiva: migliaia di ragazzini maghrebini arrivano in Spagna illegalmente nascondendosi nei cargo o aggrappandosi sotto i camion.
In Italia ad oggi è vietato rinchiudere i minorenni nei centri di identificazione, e difatti il responsabile Arci per l'immigrazione Filippo Miraglia sottolinea che la nuova norma «viola trattati e convenzioni internazionali come la convenzione per i diritti del fanciullo», particolare denunciato anche da Save the Children . Proprio Amnesty, che ieri si è detta «molto amareggiata» per il voto di Strasburgo, aveva pubblicato un allarmante rapporto sulle illegalità invisibili nella detenzione di ragazzini all'inter | |